Real gone<small></small>
Americana

Tom Waits

Real gone

2004 - ANTI
18/10/2004 - di
Niente favole stavolta: è tutto più difficile.
Come se non fosse già difficile scrivere di Tom Waits. Difficile perché lui per primo dice quasi tutto con poche parole, scarne e brusche come la sua musica, parlando di “cubismo funk”. Quasi volesse scherzare con la sua creatura, quasi volesse offrire un appiglio per attaccarsi alle sue forme spigolose, o forse che sentisse il bisogno di sfuggire alle troppe parole, ai troppi giudizi. Meglio insinuare e provocare, limitandosi a fornire una materia ruvida, ancora da scavare per quanto lavorata con abile scalpello.
Allora si potrebbe scrivere di Tom Waits proprio insinuando e provocando, cercando di intagliare e tagliare le parole come la musica richiede: un lavoro di incisione più che di recensione.
Quindi cominciamo a sgrossare dicendo che “Real gone” non è un capolavoro: per quanto ci si possa indignare, un colpo del genere è necessario per spaccare il blocco della materia di “Real gone”, per riportarlo a terra e penetrarne la corporeità.
È un disco fisico “Real gone”, ma, più che di carne, è di legno, di pietra che si tratta: è un disco asciutto, dove l’acqua fatica a sgorgare. Di alcolici non c’è traccia e la voce è la prima a risentirne: stride e rantola come se stesse sempre annaspando dalla sete.
È come se il vecchio Tom avesse tenuto le sue canzoni a dieta, rinchiuse per lungo tempo, e poi le avesse lasciate libere di scorazzare entro uno spazio limitato, entro il ritmo primordiale del blues e del funk. Una scelta tanto severa era l’unica possibile per non ripetersi, per cercare di scavare ancora più a fondo nella propria arte: così Tom Waits è ormai l’avanguardia di se stesso.
Soprattutto una scelta del genere impone che vengano effettuati dei tagli, netti, dolorosi, come abbandonare il pianoforte, lasciar perdere le favole, il teatro e tornare dai mostri, dai demoni del blues, in realtà mai dimenticati. Waits ha agito drasticamente: ha scritto testi diretti e quasi reali, ha cantato (anche le parti ritmiche), fino a logorarsi quel poco di ugola che gli resta, fino a trovarsi con pezzi di musica che sbattono la testa contro le loro stesse pareti.
Forse alcuni brani dovevano essere ancora ridotti, se non eliminati, ma “Real gone” è comunque un disco estremo e anche questa potrebbe essere una delle interpretazioni del titolo. Che poi Tom Waits ci metta del funk, del rap, qualche ritmo latino o caraibico, quasi non si nota, tanto tutto è compatto, tanto c’è ancora da scavare.
Non a caso ad accompagnarlo c’è gente come Marc Ribot, Larry Taylor e Les Claypool. Lui poi canterà come un cavernicolo, ma ha ancora una coscienza e un controllo completi di ogni smorfia: alle sue creature lascia mostrare solo l’essenziale, anche a rischio di provocare rigetto.
Alla fine “Real gone” chiede senza mezzi termini di essere affrontato e trattato, anche male. Anche se è difficile (?!).

Track List

  • Top Of The Hill|
  • Hoist That Rag|
  • Sins Of My Father|
  • Shake It|
  • Don´t Go Into That Barn|
  • How´s It Gonna End|
  • Metropolitan Glide|
  • Dead And Lovely|
  • Circus|
  • Trampled Rose|
  • Green Grass|
  • Baby Gonna Leave Me|
  • Clang Boom Steam|
  • Make It Rain|
  • Day After Tomorrow