Orphans: brawlers, bawlers and bastards<small></small>
Americana

Tom Waits

Orphans: brawlers, bawlers and bastards

2006 - Anti
25/01/2007 - di
Il genio, il musicista, l’autore, l’artista, tutto questo è possibile ritrovare di Tom Waits in “Orphans”. Tre cd per tre ore di abbondante musica, 26 canzoni smarrite, urlate, sussurrate, ritrovate tra rimasugli e avanzi di una discografia, quanto differenziata e unica, ma anche 30 canzoni nuove di pacca di tutto rispetto.
Non troverete sorprese, in fondo è il solito grande Waits. Può bastare ascoltare la sua voce, il suo marchio ineguagliabile, il suo inconfondibile stile. Se lo si ama, lo si compra a scatola chiusa; se non lo si conosce abbastanza, si può procedere anche all’ascolto di questo triplo cd.
“Orphans” non è una raccolta di successi di natura antologica, ma un viaggio ordinato nel mondo immaginario di uno dei più rappresentativi artisti dei nostri tempi. L’edizione limitata cartonata è tutta da possedere con tanto di book interno fotografico di 94 pagine e in più (ma questo solo per i più fortunati) un 45 giri, che nasconde l’inedito “Crazy About My Baby”, la cinquantasettesima traccia del box, sfido chiunque ad accontentarsi di un bel cd di Mp3, usa e getta.
Eccoli gli orfani persi di Waits (“… sono le canzoni sopravvissute alla tempesta, riparate dai rami degli alberi dopo il ritirarsi delle acque”), tracce abbandonate divise tra schiamazzatori, “casinari” (Brawlers), urlatori (Bawlers) e bastardi (Bastards). Tre facce, tre aspetti, tre forme in cui Waits mischia, confondendo, le canzoni tra il vecchio e il nuovo in un lavoro durato ben tre anni, curato sotto la super visione di Karl Derfler. La qualità resta alta dovunque nonostante l’entità dell’operazione.
I “Brawlers” risentono del Waits romantico, notturno, malinconico, quello da locanda e osteria con richiami alla prima produzione anni settanta, ma soprattutto al periodo con l’Island, dall’album “Swordfishtrombones” (1983) per intenderci. Ballate fumose, blues alcolici (eloquente la cover di Leadbelly “Ain’t Goin’ Down To The Well”), canzoni ubriache (“Rains On Me”, scritta insieme a Chuck E Weiss e da lui edita in “Extremely Cool”), e interessanti frammenti rimossi da colonne sonore (notevole la presenza di “Walk Away”, tratta da “Dead Man Walking”).
Tra i “Bawlers”, il miglior cd del trittico, ci sono validi remake come la toccante “Little Drop Of Poison”, già presente nella colonna sonora di “The End Of Violence” di Wenders, ma lustrata in un inquietante valzer, e “Fanning Street”, che riceve la sua legittima paternità in una versione che supera abbondantemente quella presente in “Wicked Grin” di John Hammond. Ballate senza tempo come “You Can Never Hold Back Spring” concessa all’amico Roberto Benigni per il suo “La tigre e la neve”, e la cover, del mai dimenticato, Johnny Cash “Down There By The Train” ripresa dall’album “American Recordings” svelano invece il Waits più romantico.
Infine le “Bastards” per chi ha voglia di osare (come lo è stato con “Bone Machine”) e arrivare ad assorbire le stranezze sperimentali di Waits. Un cd di sicuro interesse, ma appesantito dalla presenza di prolissi spoken word, dei brani narrati che tediano e attenuano la bellezza del box. Il compenso è ben pagato dalla presenza della brechtiana “What Keep Mankind Alive”, presente in “Lost In The Stars”, tributo a Kurt Weil, dalla stravolta versione di “Dog Door” degli Sparklehorse e dalla arcaica “King Kong” tratta dal tributo “The Late Great Daniel Johnston - Discovered Coverei”. Waits si lascia scortare, oltre che dai fidi Ribot e Larry Taylor, anche da Musselwhite, Dave Alvin, Les Claypool, John Hammond e molti altri per coronare sonorità epiche.

Track List

  • Cd triplo

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