Thomas Denver Jonsson - Hope to her

Thomas Denver Jonsson

Hope to her

2003 - KITE RECORDINGS / BORDER MUSIC

23/03/2004  |  di Christian Verzeletti

Thomas Denver Jonnson è un giovane cantautore svedese, che ha pubblicato il suo disco d’esordio verso la fine del 2003. Eppure le definizioni di “esordiente” e di “emergente” non gli si addicono, rischiano di sminuirne le capacità.
Prima di tutto Thomas non è un novellino: ha già alle spalle un buon numero di concerti nel Nord Europa. Inoltre sta dimostrando di godere di una prolificità da buon autore: a questo “Hope to her” ha già fatto seguire un Ep (“Then I kissed her softly”) e un mini-album (“I never heard her sing)”. Più delle recensioni favorevoli della stampa europea ed americana, sono queste le prove della sua bontà.
Thomas Denver non è una stella, ma un cantautore sincero. E “Hope to her” ne è l’umile dimostrazione.
Le sue ballate guardano agli States senza esaltarsi, senza pensare in grande, soprattutto senza uscire dall’intimità della propria introspezione. Thomas ha una voce indolenzita e, con intelligenza e coerenza, non la usa per tentare di far colpo: il suo suono non finge impatto o coinvolgimento, piuttosto chiede attenzione e raccoglimento.
Complici i September Sunrise, non nasconde l’appartenenza ad un certo rock della provincia americana, dagli Uncle Tupelo, passando per Jay Farrar e Neal Casal. E anche quando richiama un’anima di tipo springsteeniana, è per coglierne le atmosfere più umili, sul confine tra “The promised land” e “The ghost of Tom Joad”.
Così è soprattutto per le parti di armonica, anche se poi le canzoni di Thomas rivolgono il proprio sguardo dentro a se stesse: è come se l’autore avesse consumato “Darkness on the edge of town” o certi dischi di Neil Young, ma avesse poi avuto abbastanza coscienza da riconoscere i propri limiti e da evitare di ricalcarne l’epica.
Il pregio di “Hope to her” è di non fare il verso a nessuno, pur suonando Americana a tutti gli effetti. Il canto dimesso di Thomas si muove all’unisono con gli echi della steel: il paesaggio che ne deriva non è il solito spazio aperto statunitense, ma una landa piatta, apparentemente immobile e muta, propria dei paesi nordici. Sono i piccoli particolari, una fisarmonica nascosta, una seconda voce o il gioco dei piatti, che cambiano la luce del quadro d’insieme, come una brezza che percorre una terra distesa a perdita d’occhio.
La sua non è una scrittura fredda, ma sottile, in equilibrio tra le scansioni del rock americano e l’umore del cantautorato europeo. Canzoni come “Long life to lose” e “Shades of green”, o come “Come on up” e “Jeanna”, non hanno nulla di eclatante, ma si fanno apprezzare proprio per questo, rivelando poco alla volta i loro arrangimenti minimi.
“Hope to her” non è un disco di grandi crescendi o di grandi promesse del rock: lascia “solo” una piccola speranza, che dura fino all’ascolto successivo.


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Track List:

  • FIRST IN LINE|
  • 24 SEVEN|
  • LONG LIFE TO LOSE|
  • SHADES OF GREEN|
  • BLACK AND BLUE (PALE ANGEL YOU)|
  • THEN I KISSED HER SOFTLY|
  • COME ON UP|
  • PALE|
  • JEANNA|
  • MALLARDS|
  • ROAD RUNNER|
  • CRUSHED LADYBUG

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