16/12/2011 | di Claudio Giuliani
Una band fuori dal tempo, folli folletti metropolitani riaffiorati dalle brume dei tempi perduti nei meandri della memoria, arrivano da New York e sono portatori di fascinose sonorità che profumano di memorie hippy, che echeggiano passioni per il british folk dei sixteen, i Beatles più lisergici, per le musiche medioevali e indiane, le filosofie trascendentali, il flower power. In sostanza è una immaginaria congiuntura enigmatica di rock, folk, progressive, celtic, sballi e armonie vocali e barlumi di catechesi cosmica del continente indiano.
Chiariamo subito che quelle che andiamo ad ascoltare sono suggestive risonanze che non sanno di passatismo o di nostalgico rimpianto del tempo che fu, ma che si presentano all’esame con l’avida ambizione di disseppellire il fuoco che alimentava lo spirito dell’era dell’innocenza; non è culto del tempo andato, semmai è la voglia di riscoprire la magnificenza della libertà di giocare e di sperimentare che alimentava le ribollenti menti giovani prima che l’ottusità reazionaria di un inarticolato mondo adulto in bianco e nero, perbenista e conformista, le sacrificasse sui criminali altari planetari del tornaconto… ma questa è storia e sociologia che potrebbe occupare intere enciclopedie; noi invece ci avviamo a parlare della bramosia suonante, nutrita da uno spirito libertario, che nuota nei suoni di questo cd.
Quattordici tracce: sessantaquattro minuti e mezzo che ci accompagnano in un viaggio metafisico plasmato da flussi lisergici e mistiche suggestioni oniriche, metteteci i Jefferson di Surrealistic Pillow, gli Incredibile String Band e il Donovan di Sunshine Superman, i Kaleidoscope di Beacon From Mars e un po’ di Mamas & Papas e C.S.N.&Y. (versante Crosby). E’ un magico variopinto mondo, atmosfere ipnotiche e sogni psichedelici in song come Where there is light con le tablas e i flauti che battono alla porta o nei meandri della suadente My lost way e della peregrinante I talk to the wind.
I Wild Olde Souls sono composti da Ivy Vale (lead vocal, guitar), Rick Reil (vocals, acoustic/electric 6&12 lead guitar, bouzouki, electric sitar), Melissa Davis (vocals), Kristin Pinell Reil (vocals, flute, guitar, mandolin) e da Naren Budhakar (tablas). Tra le varie songs, Anything, è una delle mie preferite, psichedelica e spaziale con belle chitarre e atmosfere affascinanti, stessa cosa dicasi per l’incantevole Give it to you e la gentile Take me there mentre le chitarre nell’intro di Love in transition mi rimandano a certe cose di John Fahey, poi sfondo di percussioni e flauti ambigui. Maybe, Undertow, l’ecclesiastica Worn out e i miraggi solari di Leave her sono nuvole di magica trascendenza, portatrici di un emotivo sogno dell’amore universale.
Un suono fuori dal tempo che risulta essere straordinariamente fatato e miracolosamente innovativo
Track List: