Gli Waifs sono stati una delle sorprese della passata stagione.
Uno di quei gruppi, che salgono all’attenzione dei media, quasi fossero una novità, una scoperta. Questa band australiana ha un passato da indipendente con all’attivo altri tre cd e da un anno circa il loro nome ha cominciato a circolare ora tra i quartieri alti della musica: “Up all night” ha ricevuto lodi e ha anche vinto qualche Award.
Gli Waifs fanno un rock di qualità: il loro suono non brilla per originalità, ma per classe e professionalità. È quindi comunque un bene che trovino spazio. A questo disco è seguito un EP (“Lighthouse”) e un singolo inedito “Bridal train” è previsto per la fine di marzo, forse in vista di un nuovo album.
“Up all night” è una raccolta di ballate bluesy, in cui riecheggia l’eco di molta american music, a partire da Dylan, che a quanto pare si è pubblicamente pronunciato a loro favore. Si sa che il Grande Bob non è uno che ascolta molto (e non ne ha bisogno), quindi ci piace immaginarlo mentre si gode gli Waifs nei suoi momenti di relax o durante gli spostamenti tra un concerto e l’altro.
Pur suonando molto americane, queste canzoni non hanno un passo rustico e countreggiante, ed è un bene perché, per una band australiana, questo sarebbe stato un tentativo di cavalcare l’onda dell’alt-country. Hanno invece una grande pulizia di suoni che mette in risalto la cura delle interpretazioni e degli arrangiamenti. E che colloca gli Waifs sulla strada di un country-rock internazionale.
“Up all night” è un disco equilibrato, in bilico tra la migliore Shawn Colvin e il Van Morrison più svogliato: potrebbe soddisfare chi non sopporta la limpidezza pop di Norah Jones e chi fatica a cogliere la sofferenza di Lucinda Williams. Per essere davvero un grande disco, gli manca un po’ di anima, di passione in più, che riesca a bucare quella patina di perfezione di cui è rivestito.
La dote migliore degli Waifs sta nella capacità di dosare: le voci femminili e le chitarre sono maestre nel conferire alla canzoni un’intimità raccolta. Bisogna dare merito rispettivamente alle sorelle Vikki e Donna Simpson e a Joshua Cunningham, ma d’altra parte questo non avere nulla di troppo si tramuta anche in un limite che rende non imprescindibile il suono.
“London still” è un pezzo che, senza salire, riesce a creare dei sottili squarci acustici. Allo stesso modo la title-track ha un passo trascinato che rimane in piedi con piccoli tocchi, sfiorando gli strumenti quel tanto che basta.
Altrove però manca una particolarità che renda uniche le canzoni. Se, con la loro eleganza e la loro finezza, gli Waifs riuscissero a trovare anche questa, sarebbero davvero una band come poche.
Track List: