21/07/2005 | di Christian Verzeletti
“A brief history”: si intitola così questo live degli Waifs, tanto per ribadire che la band australiana non è un fenomeno passeggero, ma ha alle spalle più di dieci anni di carriera.
È una sorta di riassunto dal vivo che serve per fare il punto su questo gruppo, ben radicato in patria e salito alla ribalta internazionale negli ultimi anni: sarà, come dicono loro, una storia breve, ma è comunque duratura rispetto ai tempi del mondo discografico che tutto consumano, bruciano e dimenticano.
Gli Waifs ci sono, dal vivo come in studio: confermano la bontà delle loro canzoni, la cura del suono e degli arrangiamenti e si rivelano anche dei buoni entertainers.
I due cd sono piacevol, hanno dei momenti intensi e altri più scorrevoli, il che aiuta a capire come il loro folk-rock abbia raggiunto le prime posizioni delle classifiche australiane e ottenuto importanti riconoscimenti all’estero (non Italia dove sono ancora sconosciuti): gli Waifs combinano una qualità di fondo con delle canzoni gradevoli, che prevedono anche qualche concessione ad un pop-rock dai tratti moderni e radiofonici.
Tra i brani più fruibili citiamo “Take it in” e “Highway one”, pezzi da FM con le voci ariose, e “Billy Jones”, con un andamento rappeggiante. Ma gli episodi migliori stanno altrove, quando gli Waifs si concentrano sul proprio suono acustico, quando rallentano e si raccolgono attorno alla canzone curandone le sfumature con dolci dosi di folk, blues e country: “London’s still” e “Flesh and blood” ne sono un buono esempio, così come il cavallo di battaglia “Crazy train”, puntato dritto verso New Orleans, diventa simbolo delle sincopi più mosse e gioiose della band.
Nei frangenti in cui suona più delicata, la band evidenzia le proprie capacità: sembra di ascoltare Kasey Chambers o le Indigo Girls in una forma disimpegnata e difatti si tratta di canzoni costruite in semplicità, che impastano il suono acustico delle chitarre di Josh Cunningham con la bontà delle voci delle sorelle Simpson. I tre, coadiuvati da David Ross Macdonald alla batteria e da Ben Franz al basso, denotano intelligenza anche nella scrittura, evidente soprattutto in “Bridal train”, brano proposto sia in studio che dal vivo: il testo è un po’ la metafora della storia della band, da sempre rivolta verso gli States, e canta di un treno che portava in America le donne andate in moglie ai soldati americani durante la seconda guerra mondiale. Ci sono anche alcune curiosità come l’attacco di “Lighthouse” con un accenno a “Wayfaring stranger”, una cover di “Don’t think twice it’s all right” di Dylan e di “Crazy” di Willie Nelson.
Tutto questo fa di “A brief history” un live che si ascolta volentieri, che comunica una partecipazione entusiasta, pur rimanendo un disco non imprescindibile.
L’unica vera pecca è forse proprio quella di aver voluto fare un sunto di tutto ciò che gli Waifs sono e sono stati: una cernita più severa dei pezzi avrebbe dato più risalto al disco, magari eliminando dalla scaletta i brani più orecchiabili e quelli cantati da Cunnigham, che risultano assolutamente normali.