The Low Anthem - Smart Flesh

The Low Anthem

Smart Flesh

2011 - Nonesuch Records

Americana Folk

26/03/2011  |  di Andrea Valbonetti

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Il 2011 è iniziato con i fuochi d’artificio.
Tra gli album usciti ad inizio anno, infatti, spicca anche il nuovo lavoro dei The Low Anthem che si intitola Smart flesh ed è stato pubblicato per la Nonesuch Records nel mese di febbraio.

Questo disco, che segna il ritorno sulle scene a distanza di due anni dall’uscita dell’acclamato Oh my god Charlie Darwin (2009), è una perla di rara e rarefatta bellezza che ci restituisce una delle migliori band in circolazione.
Smart flesh è un disco di folk che mantiene alcune delle caratteristiche degli album precedenti: l’utilizzo di molti strumenti musicali inusitati, antichi e artigianali, la voce a tratti calda e a tratti eterea di Ben Knox Miller, la capacità di scrivere canzoni fuori dal tempo e dalle mode che, come una soffice nevicata, riescono ad avvolgere l’anima di chi le ascolta. La ricchezza degli arrangiamenti, pur rimanendo scarna ed esile per scelta, è stata accresciuta nelle possibilità di variazione dall’ingresso nella band di un nuovo membro Mat Davidson, che suona molti strumenti dalla sega musicale, all’organo a pompa, dal dulcimer a diversi strumenti a fiato. Questa maggiore ricchezza e ricercatezza nel suono è documentata dalla presenza di un brano interamente strumentale, dal titolo Wire, che si pone come spartiacque tra il primo ed il secondo tempo delle undici tracce contenute nell’album.

Un elemento fondamentale per capire pienamente la musica di Smart flesh, che può risultare meno immediata al primo ascolto rispetto ai due dischi precedenti, è la scelta del luogo di registrazione.
Tra fine 2009 ed inizio 2010, infatti, i Low Anthem si sono trasferiti in una fabbrica di conserve abbandonata da tempo ed in quegli spazi immensi e vuoti di cemento armato hanno registrato una serie di sessioni dalle quali sono derivate sette delle undici canzoni del nuovo album. Questa scelta di trovare un luogo in cui potere modellare un suono senza la purezza artificiale dello studio di registrazione permea l’intero disco. La fabbrica abbandonata con i suoi echi, le sue presenze misteriose di pipistrelli e fantasmi ed il freddo del cemento nell’inverno del Rhode Island non solo ha un impatto sul suono e sulle scelte di arrangiamento, ma anche sulla vena compositiva della band.
Nascono quindi canzoni fortemente toccanti e avvinghiate ad una profonda malinconia. Brani come Ghost woman blues, cover del musicista George Carter scritto quasi un secolo fa, Love and Altar, Matter of timeBurn, I’ll take your ashes e la title track Smart flesh sembrano un tesoro emerso da uno scrigno senza tempo e tali credo rimarranno per sempre grazie alla loro assoluta e fragile bellezza.
Non mancano comunque episodi che suonano più vicini ai dischi precedenti come il dolceamaro folk della ballata Apothecary love e di Golden kettle o il rock blues di Boeing 737.

Smart flesh
è un disco che più lo si ascolta più scava in profondità nei canyon segreti del cuore e che, se ci si lascia cullare dalla sua corrente musicale, riesce a portarci in un viaggio nel tempo tra bianchi e neri e tinte color seppia.

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Track List:

  • Ghost woman blues
  • Apothecary love
  • Boeing 737
  • Love and altar
  • Matter of time
  • Wire
  • Burn
  • Hey, all you hippies!
  • IŽll take out your ashes
  • Golden cattle
  • Smart flesh

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