Teenage Fanclub - Shadows

Teenage Fanclub

Shadows

2010 - PeMa

27/08/2010  |  di Ambrosia J. S. Imbornone

E’ vero, i Teenage Fanclub al giorno d’oggi non suonano più molto originali. Ma succede a chi ha vissuto oltre vent’anni di musica, anticipando e compendiando epoche sonore, dal grunge all’indie-pop. Un certo pop nato originariamente sulle ceneri dei furori punk, nutrito di abbandoni acustici dalle ascendenze antiche (i ‘60s della solarità dei Beach Boys o del folk targato Simon and Garfunkel), ha seminato molto bene nel jangle-pop, college-rock e poi indie ultra-lo-fi negli States e in Europa ed ha probabilmente ottenuto risultati più noti con l’indie-folk ironico e delicato dei Belle and Sebastian nella stessa terra di Scozia. Ma appunto i Teenage Fanclub sono stati parte attiva di un’eleganza musicale che ha segnato i tempi, al di fuori di ogni moda, e con un’invidiabile, seppure di recente travagliata, longevità di carriera, eccoli qui non a cavalcare un’onda, ma ad incarnare ancora, giunti al nono album, il rigore di una coerenza con sé stessi e una grazia in perfetto equilibrio tra emozione e levigatezza formale. 'Shadows', che segue di cinque anni l’album 'Man-Made', pure pubblicato al pari di questo lavoro con la loro etichetta PeMa, si assapora come un nettare sofisticato, distillato dal talento compositivo delle tre voci della band, Norman Blake, Gerard Love e Raymond McGinley. Esso talvolta è più denso e indugia tra sensi e intimo sentire con un sapore quasi ancestrale, a mo’ di una posizione sciamanica, che fa viaggiare tra ciò che si è perso in 'The Fall', tra organo, chitarra acustica e soli di chitarra elettrica lancinanti come una visione nostalgica, o si fa percezione languida di permanenza indefinita nella splendida, lisergica ed incantata 'Today Never Ends', tra glissati e synths vintage. Altre volte invece il nettare alt-folk che si diffonde tra le ombre del disco si fa culla sciropposa di vaghe malinconie (v. l’ottima 'Sometimes I Don’t Need To Believe In Anything' o 'The Back of My Mind'), oppure purtroppo si discioglie in soluzioni più liquide, che scivolano o evaporano leggere, senza trattenersi nella mente ('The Past', 'Live With the Seasons'). 'Baby Lee' tra archi sospirosi, glockenspiel e allure melodica anni ’60 procede leggiadra con un profumo floreale e un bagno di colori pastello; ferma come la speranza di una vita pacifica è invece 'Shock and Awe', la cui sostanza eterea è ancorata ad un basso accattivante e a chitarre distorte dall’intensità agrodolce. Di incantevole pulizia e purezza il piano di 'Dark Clouds', con archi folk, mentre coniuga la leggerezza rarefatta del cantato a più voci a un ritmo più deciso 'When I Still Have Thee', in cui anche l’organo acquisisce una forza quasi impetuosa. Storici.


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Track List:

  • SOMETIMES I DON’T NEED TO BELIEVE IN ANYTHING
  • BABY LEE
  • THE FALL
  • INTO THE CITY
  • DARK CLOUDS
  • THE PAST
  • SHOCK AND AWE
  • WHEN I STILL HAVE THEE
  • LIVE WITH THE SEASONS
  • SWEET DAYS WAITING
  • THE BACK OF MY MIND
  • TODAY NEVER ENDS

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