I Teenage Fanclub non faranno mai parlare troppo di sé. Troppo educati, poco inclini al rumore eppure nemmeno lontanamente avvicinabili a quella schiera di band che ha fatto della propria timidezza un biglietto da visita troppo efficace per dimostrarsi autentica.
Lo si capisce da subito, che anche se questo “Man-made” è un album a suo modo di svolta nella loro carriera, per la prima volta autoprodotto per la PeMa, un’etichetta fondata appositamente e pur registrato al di fuori dei confini inglesi, nella Chicago di John McEntire dei Tortoise e al cui occhio vigile è stato assegnato il compito di vestire di nuove suggestioni il suono del gruppo, il risultato finale è la più fedele prosecuzione di una discografia esemplare e coerente. La band stessa racconta quanto le session di registrazione siano state appositamente divise tra la stagione invernale e quella estiva, giusto per lasciar sedimentare il flusso creativo e riconsiderarlo con il dovuto distacco lasciandosi sopraffare dal differente umore che inevitabilmente la contrapposizione climatica avrebbe portato con sé. Il risultato è meno scontato o ruffiano di quanto ci si potesse attendere, sorprendentemente fedele al credo raro e prezioso dei Teenage Fanclub, quello di riannodare il proprio presente con le sonorità di certo beat tanto distante quanto rimpianto. Anche questa volta infatti il gruppo scozzese sa stupire per la caparbietà con cui ci offre una manciata di canzoni deliziose e perfette, frutto di un suono che proprio come il carattere del quartetto trasuda un’ordinarietà domestica, pacata e tremendamente dimessa.
Pur giunti al settimo lavoro il sound si dimostra amabilmente fresco e fedele ad una linea che li vede tesi nella continua ed inquieta ricerca della pop rock song perfetta, lontana dalla ripetizione maniacale di atmosfere e stilemi, giungendo paradossalmente ad esiti apprezzabili giusto quando il flusso sonoro non si cura troppo della struttura strofa-ritornello. Ecco allora spuntare autentiche perle, come l’iniziale “It’s all in my mind” che entra prepotentemente tra le migliori composizioni di sempre della band, con un crescendo che porta con sé un ricamo giocato sul registro melodico di più voci, o come l’incantevole “Only with you”, dove si avvicinano alla dimensione della ballad, con la quale dimostrano un feeling particolarmente congegnale.
Tra i Teenage Fanclub e le svisate surf dei Beach Boys o gli equilibrismi dei Byrds c’è lo spazio esatto di 40 anni, ma la distanza è presto scavalcata: basta lasciare che “Man-made” faccia il proprio corso, e che sia la musica a compiere il resto, e chissà per quale maledetto motivo non riesco che ad immaginarmi i quattro mentre mi ripetono, sottovoce tra un brano e l’altro, quanto ancor oggi sia necessario trovarsi a cantare in coro una canzone, stupendosi della sua bellezza, e continuare.