C’è qualcosa che rende Tara Angell diversa dalla solita cantautrice acustica, di cui è facile innamorarsi sin dall’esordio per via di un pugno di canzoni dolenti e lo-fi.
Non è il fatto che sia prodotta da Joseph Arthur. Non è che le sua voce catturi con la forza ammaliante di una femme fatale. E non è nemmeno che le sue canzoni si avvinghino all’ascolto indispensabili come una nuova scoperta.
È un particolare appena percepibile, piccolo, ma così vitale nell’arco di tutto il disco: è un ronzio che pervade tutte le tracce, che le percorre come un filo teso e sottile. Basta alzare il volume e lo si può sentire in ogni singola canzone.
Tutto qua? Sì, perché ciò che c’è da scoprire in questo esordio non è affatto sensazionale: Tara Angell si muove con l’esperienza di chi sa come avvicinarsi allo spirito delle canzoni, con la coscienza di chi ha vissuto sulla sua pelle più di un disco dei Velvet Underground, di Patti Smith, dei Creedence Clearwater e di Neil Young. Così si presenta come una cantautrice che suona già classica: le sue ballate sono tese ed essenziali, ma soprattutto sono dure e delicate, severe e sommesse, semplici e arcigne. C’è qualcosa di dolcemente ossessivo che percorre “When you find me” e “Don’t blame me”, uno sguardo che ti segue anche dopo che hai svoltato l’angolo: chiaro che la città in questione è New York, con la sua Bowery da camminare di nuovo, di notte, e chiaro, arrivati a “Untrue”, che quel ronzio è il simbolo, anzi, l’incarnazione di ciò che sta sotto alle canzoni di Tara. Scometto che lo si potrebbe sentire anche se la trovaste sola a suonare in uno di quei clubs che cita nel booklet (Bowery Ballroom, Mercury Lounge, The Living Room, luoghi non affatto casuali). Anche se non si conosce la sua storia, si ha proprio l’impressione che Tara venga da lì, che sia sempre stata lì, in quella parte dell’East Side, con una voce che arriva da lontano e che poi ci si trova d’improvviso troppo vicina.
È un disco imperfetto “Come down”, anche nella scaletta compilata sbagliata sul retro di copertina: sembra registrato proprio di notte, in una cantina, in un basement, come direbbero e come ben sanno parecchi artisti americani.
Bravo Joseph Arthur a costruire attorno ad un soffio, a far girare keyboards e vocals senza appesantire i pezzi, anzi, a farli salire poco alla volta come un’eco, seguendo e dando forma proprio a quel ronzio.
Ci sono cose apparentemente piccole, da poco, che prendono e danno significato ai pezzi: un chiacchericcio da tarda ora e gli scatti di rumore in “Bitch please”, qualche rullata di batteria, un la-la-la semplice e alcune tastiere che girano con un effetto indie. Ci sono “The world will match your pain”, “You can’t say no to hell”, “Uneven” e “Silver lining”, ma soprattutto c’è un disco. Uno, uno solo, per adesso. Che ti fa venire voglia di uscire ancora, di notte, a cercare qualcosa. Forse solo un suono, un ronzio.
Track List: