Più che per i sei anni trascorsi da “Songs in red and gray” questo nuovo cd di Suzanne Vega mi aveva incuriosito per essere uscito sotto l’egidia della Blue Note, rinomata jazz label che, quando si dedica al pop, lo fa producendo dischi raffinati. Anche questo, pensavo, avrebbe potuto aiutare la Vega a fare un album importante: pur non avendo mai pubblicato dei capolavori, questa songwriter ha sempre immesso nella sua musica buone dosi di talento e ricercatezza, diluite negli anni con del pop più o meno buono.
“Beauty & crime” è invece una mezza delusione: raffinato sì, ma anche ruffiano e un po’ presuntuosamente moderno, come una signora che decide di rimettersi in ghingheri per non sembrare troppo appassita. Come ha dichiarato la stessa autrice, il disco è un tentativo di “modern classic” avente per sfondo l’ambiente di New York: tra nostalgie per una city che fa parte del passato e suoni che colgono lo spirito attuale della metropoli, la Vega si fa però fagocitare dall’ansia di stare al passo coi tempi finendo preda di una musica a tratti buona da sparare nei club più cool o in qualche shopping centre ben climatizzato.
Dopo una prima parte di scaletta, che almeno fino a “Edith Wharton´s figurines” offre una raccolta di graziosi quadretti newyorchesi, il disco si disperde, aumenta le dosi di trucco e si fa più sfacciato con ritmi e programming che arrivano a pompare in modo banalmente danzereccio (“Unbound” e “Angel’s doorway”).
L’impressione è che questa avvenente signora abbia peccato di ambizione lavorando tra New York e Londra, coinvolgendo fior di produttori, ospiti (tra cui Lee Ranaldo dei Sonic Youth), la London Studio Orchestra e persino una stilista per le foto dell’artwork.
È un peccato perché nella prima metà del disco non mancano preziosi motivetti semi-acustici strutturati se non come delle short-stories almeno come delle istantanee di un tempo che fu, in cui fanno capolino riferimenti a luoghi e personaggi di NYC. Il pezzo migliore è “New York is a woman” con le ance e gli ottoni di Martin Slattery ad aumentare il tasso di buona fattura. Lo stesso si può dire di “Ludlow Street” e anche di “Pornographer´s dream” e “Frank & Ava”, tracce queste ultime in cui comincia ad affiorare una certa tendenza easy.
C’è da dire che Suzanne Vega è sempre stata attratta dal pop moderno, fatto di beat e programming (basti pensare ai remix di “Tom’s diner”), ma qua certe scelte anestetizzano le canzoni e anche la dolcezza della sua voce. Come se alla fine il disco avesse respirato troppo l’aria metropolitana, non certo salubre, della Grande Mela.
Track List: