Già dal titolo, “… tick … tick …. tick” fa pensare ad un disco pronto ad esplodere con cariche di rock deflagrante, quelle a cui Steve Wynn ci ha nuovamente abituato da quando si fa accompagnare dai Miracle 3.
In effetti il suono si collega in modo evidente al precedente “Static transmission” e ancora prima a quel capolavoro che è stato “Here comes the miracles” in una sorta di progressivo cortocircuito in cui l’autore concepisce i suoi brani ed anche la realtà.
Anche le nuove canzoni sono state registrate in quel di Tucson, Arizona, con l’ausilio di Craig Schumacher. E dovrebbero andare a completare la cosiddetta “Tucson trilogy”, ovvero quella trilogia che Wynn ha coltivato in questi ultimi dischi sviluppando in un corpo sonoro e descrittivo la diffusa sensazione da “post-millenium panic”.
“… tick … tick …. tick” rende infatti ancora più esplicita l’unità che Wynn ha raggiunto con le sue canzoni e con la sua band: il disco è un ulteriore avvicinamento a quel rock arso e metallico che dal vivo i Miracle 3 amano caricare di furore.
Ad ascoltare in successione “Here comes the miracles”, “Static transmission” e “… tick … tick …. tick” si può intuire perchè Steve Wynn abbia scelto il deserto come ambiente in cui registrare: il rock viene esposto all’arsura del luogo con l’intento di prosciugarlo da qualunque sostanza superflua (emblematica la copertina con un peperoncino che potrebbe essere la famosa banana dei Velvet Underground portata ad essicare in Arizona).
L’obiettivo è raggiunto in pieno e, anche se mancano una “Sustain” o una “Amphetamine”, il disco si propone nella sua organicità come materia quanto mai viva. L’inizio ha una tensione palpabile per almeno cinque pezzi: il riff di “Wired” ha sotto una seconda chitarra dura e ruvida, “Cindy, it was always you” è percorsa da un’armonica, “Freak star” da un organo, mentre “Killing me” ha un ritmo di batteria a cui le chitarre si attaccano con gli artigli. Anche le ballate, su tutte “The deep end”, sono attraversate da una profondità lontana che emerge in modo stridente e disilluso.
“… tick … tick …. tick” ha un tiro che tocca il garage (“Bruises”) e il punk (“Wild mercury”) senza alcun timore, godendo della maturità di un rock d’autore che Wynn ha maturato pezzo dopo pezzo nei suoi vent’anni e più di carriera.
Gli strumenti si incrociano acidi e condividono la visione scottata dei testi raggiungendo il culmine nella conclusiva “No tomorrow”, divisa in due parti quasi fosse un esperimento che riporta a galla gli slanci psichedelici dei Dream Syndicate: anche il ritornello conclusivo “I wanna love you like there’s no tomorrow” suona come una dichiarazione di speranza e di amarezza, lasciata da chi non rinuncia al proprio desiderio di vita pur nella consapevolezza di trovarsi in un mondo che ha innescato un inesorabile conto alla rovescia.
Track List: