“Who the hell is Stephen Malkmus?” recitava la t-shirt da lui indossata in un concerto… eh-già, chi diavolo è? Se lo chiederanno in molti. Forse non troppi. Se la parola PAVEMENT non vi dice niente allora vi consiglierei, di cuore, di pescare a caso fra una delle loro opere… 5 stupendi album a tracciare un percorso preciso nella storia dell’ indie-rock; 10 anni in giro per il mondo affascinando, sin dai primi lavori, con quell’ abilità unica di rimodellare certe sonorità Lo-fi rendendole deliziosamente originali. Erano gli anni dell’esplosione deflagrante del grunge e, senza togliere alcun merito ai gruppi di Seattle&Co, l’impatto è stato talvolta toppo fragoroso, tanto da travolgere altre forme d’espressione musicale, certamente meno rabbiose e più ironiche, così com’era nelle intenzioni di questo strambo quintetto californiano. Per intenderci, se per il ragazzetto americano ‘medio’ degli anni ‘90 Cobain rappresentava un mito, Malkmus poteva essere il ragazzo della porta accanto, un po’ strano sì… ma perlomeno tranquillo. Non occorre dire che la California in questione non è quella stereotipata che esce sorridente dai nostri tubi catodici, questa è la California dei nerds, e la loro rivincita! Tagliando corto (ahimè!)… al termine del tour seguente l’uscita di Terror Twilight (5° ed ultimo album) la band decise di prendersi una pausa in seguito ad una scelta consapevole e non certo a causa di episodi burrascosi. In questo modo, dopo due lustri di esperienze memorabili, la questione Pavement si concluse, senza clamori come era nel loro stile… non proprio una pausa quindi, bensì ‘an indefinite (maybe permanent) hiatus’ tanto per usare un’eufemistica espressione americana. Proprio l’uscita di questo disco da solista del loro leader Malkmus sancisce la definitiva dipartita dei Pavement, e rende loro omaggio, in qualche modo, a partire da molte sonorità presenti nei brani per arrivare alla grafica interna, che presenta quella sorta collage caotico degna del vecchio stile Pavement. Basta un primo ascolto per capire che non ce stata nessuna inversione di tendenza, come capita spesso nei progetti solisti. Malkmus, come lui stesso afferma, scrive i suoi brani, suona e canta, ora come 10 anni fa. Continuando a seguire nel contempo quel percorso di piccole variazioni, evoluzioni e sperimentazioni proposto e portato avanti nel corso degli anni novanta dal precedente quintetto. Il disco (per gli amanti del vinile: è uno di quelli da 180 grammi!) dedica l’intro di Black book a suoni tipici da libro della giungla, quasi ad anticipare quel brulicare di campionamenti vocali e coretti stratificati presenti soprattutto in Phantasies, delizioso e classico brano radio-friendly. La voce di Stephen non lascia spazio a sentimenti nostalgici, è viva più che mai. Una voce che, capace di metterti a tuo agio, ti costringe a seguirla nei suoi percorsi funambolici, in equilibrio precario apparente, sicura e consapevole delle sue enormi capacità. Malkmus non cerca di arrampicarsi su tonalità improbabili, bensì ci gioca a piacere, rende il suo cantato un divertimento. Facile da ascoltarsi, tanto più facile rimanerne assuefatti. Resta il fatto che questo lavoro, per ‘etici’ motivi, non può essere paragonato a quelli dei Pavement . Qualcosa si è perso infatti: una certa forma di ironia spigolosa e scheggiante, nell’ ambito dell’ intero progetto, quanto nei testi e nel modo in cui si presentano i brani. Di certo, però, non penso che quest’ultima fatica del buon Malky deluderà nessuno. Una dozzina di brani giostrati in maniera eccellente, molti dei quali presentano la novità di accomunare vibrazioni poppish, aperture solari, ai classici ritmi sincopati ed ai tempestivi cambi di tempo e di tonalità, esemplare caratteristica della geniale vena compositiva di Malkmus. ‘Ballate’ come Church on white e Trojan curfew sanno riportarci alle sonorità più intime e magnetiche di Terror Twilight, e, anche per questo, spiccano come gli episodi portanti del disco. Anche se Stephen si aggira sulla trentina sembra non essere mai uscito dal college, lo dimostrano brani come Jo jo’s jacket, The Hook e la trascinante Troubbble …pop-rock sfrenato ed altalenante, da ‘montagne russe’ insomma. Con Pink India le vertigini lasciano il posto ad una calma soffusa, meritata. Jeanne & the ess-dog è a dir poco esaltante, la bizzarria lirica di Malkmus non si è mai arresa. Infatti ci capita di trovare (Jo jo’s jacket) il nostro eroe nei panni dell’attore Yul Brynner, paladino del ‘West-world’ cinematografico americano. Oppure a raccontarci un’intera epopea (The Hook): prima rapito da pirati turchi, poi, nel corso degli anni diventato mascotte ed infine capitano di un idilliaco galeone, nuovo figlio ed erede di Poseidone. In Trojan curfew, si eleva sino agli Dei dell’ Olimpo greco, narrandoci pure di qualche ‘bicchierino’ con Agamennone… ‘visionario’ è dir poco?!?
Stephen Malkmus & the JICKS. (abbreviativo di ‘Jack of Hearts’) è il vero nome della band che comprende anche John Moen (batteria) e JoAnna Bolme (basso). La band, con l’aggiunta di ad altri due componenti, è già in tour mondiale per promuovere questo album il cui scopo si dirama, da una parte, ad una sorta di consolazione per i fans dei Pavement, e, dall’altra, come frizzante novità su un panorama musicale sempre bisognoso di eclettiche figure come quella di Malkmus.
“I’ve got some lovely phantasies” vero… la Malky-way continuerà ad illuminarci, spero, per molto tempo ancora.
Track List: