Dune<small></small>
World − Etnica − Jazz

Sharg Uldusù 4tet

Dune

2016 - Abeat
04/04/2016 - di
Rubricare nel jazz questo disco può apparire improprio viste le predominanti tinte di “world” mediorientale che lo caratterizzano.

Tuttavia i crossover odierni giustificano tutto e, soprattutto, la presenza di artisti quali Max De Aloe (armonica e fisarmonica) e Francesco D’Auria (batteria e percussion) permettono questa licenza.

Il lavoro in questione infatti rappresenta un’interessante simbiosi (nel senso di “mutualismo”) tra il mondo dell’improvvisazione e i richiami dell’etnico, coltivati questi ultimi da Elias Nardi (oud) e Ermanno Librasi (clarinetto e altri legni esoterici) a completamento del quartetto della Stelle d’Oriente (traduzione del logo).

Il disco propone un interessante sintesi di sensibilità, un incrocio tra influssi turchi / arabi e melodie nostre richiamando il crocevia culturale che l’area mediterranea ha sviluppato nel tempo.
Non si tratta di un’opera filologica, l’ascoltatore si trova davanti a un lavoro su di un mondo più che di quel mondo; l’effetto evocativo, l’ispirazione alle influenze è evidente nella title track in cui ritmi  sparsi e punteggiature dell’oud si uniscono a una delicatezza melodica tipica del nostro sentire, con un effetto quasi cinematico e documentale: le dune del deserto sono lo skyline, il Mare Nostrum è il panorama sottostante.

Una certa razionalità emerge nel titolo di apertura in cui il fraseggio cadenzato dell’armonica introduce una danza che invita all’ascolto oltre che al movimento; la struttura è lineare e valorizza tutti i contributi strumentali, con in evidenza un suggestivo clarinetto basso (quasi minimalista) e un icastico oud. Il tutto su di un tappeto ritmico rotolante tipicamente turco.

Anche in passaggi più tradizionali, come Layli Djan, l’effetto ipnotico tipicamente orientale (il brano appartiene alla cultura afgana) è stemperato dalla dolcezza mediterranea dei legni con un suggestivo effetto di tensione elastica tra i due estremi. D’altro canto la natura del lavoro è legata alla penna degli artisti stessi che firmano di proprio pugno la maggior parte dei brani, quattro dei quali solamente sono tradizionali.

Kaleidos, composto da Librasi, è molto flessibile e potrebbe evocare addirittura sonorità andine pur con un furuluya  (flauto) che richiama anche timbri balcanici; E le Stelle  è una chicca di D’Auria, tanto estemporanea quanto sobria nella sua sintesi.

Il punto più alto del disco è forse Fil Hadika, composto da Nardi, in cui ritmo e tema emergono con forza soprattutto in certi unisoni; inoltre il brano ha uno sviluppo ampio, non ripetitivo, che non si esaurisce nella prima parte ma si ravviva nello sviluppo e nelle tinte jazz dell’armonica per poi richiamare il tema in conclusione, con un effetto di logica strutturale che ben si fonde con l’estetica etnica di base.

Un’apprezzabile operazione culturale soprattutto per l’assimilazione e rielaborazione della materia di cui i musicisti danno testimonianza.

 

 

Track List

  • Nihawend Lunga
  • Layli Djan
  • Dune
  • Kaleidos
  • E Le Stelle
  • Fil Hadika
  • Kir Cicek
  • Cisternino
  • Fragman
  • Uskudar