Samuel  Katarro - Beach party

Samuel Katarro

Beach party

2008 - Angle Records

19/11/2008  |  di Massimo Sannella

Ma che ci fa uno come Samuel Katarro col suo spirito da wild coyote, infervorato tra slide, sabbia di arenaria da old west e blues peyoteco, in giro tra questi paraggi cementati e anonimi di inizio quarto millennio ? Forse echi riesumati da un vecchio 78 giri yankee sformato dal sole e sbolognato ad un mercatino delle pulci o deliri tramandati da avi circa un appuntamento di compra-vendita d’anima notturno pattuito con un allora diavolo di turno ?
L’enigma rimane vago nella materia grigia, ma la persuasione di avere tra i piedi un personaggio, un giovane musicista strambo quanto creativo, caratteriale quanto destabilizzante, eccezionale quanto stupefacente, è a un passo dall’assalirci. Katarro piomba nella scena musicale con l’aura dannata e alcolica dei vecchi bluesman sdentati dell’Alabama della perdizione che danzano e risorgono in un modus musicale isoscele, fumettistico, rarefatto e scombussolato; una interpretazione libera, anarchica, sregolata che fa angolo retto con Jon Spencer, Captain Beefheart, e che si coagulano come acquavite inacidita in questo bel “Beach Party” , l’album che finalmente viene a scuotere le paralisi underground.
Virtuoso della chitarra sliddata e maltrattata, il pistoiese Alberto Mariotti, per tutti Samuel Katarro, trasfigura immagini e incubi non solo quando canta nei registrati, ma anche nella dimensione fisica dei live, dove raggomitolato sulla sua chitarra sembra essere impossessato dagli spiriti fluttuanti del Black Tennessee; suoni e mugolii, poetiche sbavate, rantoli e solismi sono incastonati da un maneggio chitarristico che lascia esterrefatti; intrecci, riff e tanto slide che attraggono e respingono, come in un drammatico gioco della parti.
Un bluesman “a parte”, che mixa i sound doloranti del south con una schizofrenia che lambisce il punk scat e poi li traduce in lirismi cantati in falsetto col vezzo dei grandi Henry Vestin, Nehemiah “Skip” James; l’imbarazzo di andare a prendere qualche esempio dal corpo del disco c’è, tanto è ricco di sensazioni e di arrangiamenti doc. Procediamo casualmente e a random: “There’s a lady inside the cabin” eccentrico rock’n’roll acustico dalle venature Canned Heat, “ Terminally illness blues” civettuolo che parla di un malato terminale preoccupato dopo la sua dipartita che nessuno si occupi della sua tartaruga, il Nik Cave funereo che traspare in “The moonlight murders psychedelic band”, ballata di dolore nigger o la passionaria struggenza di “Com-passion” graffiata da inserti di Hammond e pianoforte a muro scordato che fa tanto Baton-Rouge agèe. Perle tra le perle “Wicked child”, dalla spennata ritmata sui grandi view degli Appalachi sognanti e “Beach party” la title track, delicatissima song country di frontiera che batte bandiera tremante tra i bivacchi e i falò delle praterie Whitmaniane e la Nashville dei dreamers looner.
Un disco che ci voleva per differenziare le quote d’offerta che il sottosuolo suonante mette – sempre più titubante – al servizio dei fruitori; e se prima ci si domandava cosa facesse uno come Samuel Katarro col suo spirito da wild coyote in giro in questo dettaglio di inizio quarto millennio, ora la risposta è univoca: “fare i coperchi alle pentole” annerite e preziose della sua visione di blues, perché se ancora non lo avete capito, impenitenti distratti, lui non ha venduto la sua anima al diavolo, il diavolo è lui stesso!!


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Track List:

  • From Texarkana to Texarkana|
  • Terminally illness blues|
  • Com-passion|
  • Wicked child|
  • The moonlight murders psychedelic band|
  • There’s a lady inside the cabin|
  • Dead man on a canoe|
  • Headache|
  • Live in terror|
  • This garlic cake|
  • Beach party

Samuel Katarro



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