Ry Cooder - Pull Up Some Dust And Sit Down

Ry Cooder

Pull Up Some Dust And Sit Down

2011 - Nonesuch Records

Americana Roots

12/09/2011  |  di Gianni Zuretti

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Da che ho iniziato ad inquadrare Ry Cooder come musicologo, ciò accadeva più o meno ai tempi di Chicken Skin (1976), il suo mix inconfondibile tra blues, Tex-Mex, folk e musica hawaiana me lo ha sempre fatto immaginare come uno speleologo che con casco e faretto s’incunea tra i meandri oscuri e tortuosi della musica per scoprire stalattiti e stalagmiti a forma di note in giro per il mondo. Ryland Cooder non si è mai accontentato di incursioni mordi e fuggi ma ha sempre sostato a lungo in territori musicalmente sconosciuti per poterne trarre, interiorizzandolo definitivamente, l’humus delle diversità e specificità di suoni e ambiti culturali diversi. La contaminazione è stata la sua costante nel realizzare dischi, sempre affrontata con grande pervicacia e consapevolezza, senza mai guardare ai ritorni commerciali, ciò è accaduto anche per le colonne sonore che hanno accompagnato film belli e brutti ma con musica sempre estremamente funzionale, uno su tutti quel capolavoro Paris Texas di Wim Wenders.

Emblematica a sostegno della sua sete di ricerca, è la genesi di come egli sia arrivato a scoprire il gruppo di Buena Vista Social Club; si tramanda, infatti, che alla festa delle sue nozze, Ry abbia ascoltato una cassetta audio portata da un amico (eh si c’erano ancora le cassettine!) di musica cubana che non riportava alcuna informazione circa gli esecutori e ne sia rimasto colpito a tal punto che per il venticinquesimo di matrimonio andò a Cuba con la cassetta in mano per  cercare quei musicisti e scoprì (con non poca fatica) trattarsi di Compay Segundo & C. e da lì nacque la storia che tutti ben conosciamo.

Ma veniamo a Pull Up Some Dust And Sit Down un album che arriva dopo anni  in cui Cooder ha realizzato album sperimentali ma un po’ lontani dalla musica che lo aveva fatto affermare; diciamo che  questo è un lavoro molto, molto politico dal punto di vista dei testi mentre musicalmente lo riporta alle origini, a quella “main street” che si intravede sopra il semaforo dell’illustrazione della cover, una strada principale verso le sonorità più care a Ry ma anche una direzione che i testi lanciati come pietre verso il malcostume americano e la cattiva politica riportino un paese irriconoscibile su sentieri di giustizia sociale.

Il disco è bellissimo e, anticipando la conclusione, siamo certi che alla fine dell’anno salirà sul gradino più alto del podio; è difficile trovare oggi un artista che sappia coniugare, contenuti, crogiuolo di stili e abilità strumentale come in questo caso riesce a fare il Nostro. Qui ci sono sberle per tutti a cominciare dai i banchieri che, secondo il musicista di Santa Monica, sono la causa di un dissesto finanziario che sta mettendo in ginocchio il popolo americano, a loro è dedicata No Banker Left Behind, una old time tune con arie irish in cui si ipotizza che i banchieri debbano “tutti, nessuno escluso” salire su un treno che li porterà lontani da Wall Street, il brano è suonato solo da Ray e Jaochim, suo figlio, in modo magistrale, sembrano un’orchestra. Ne El Corrido de Jesse James, una tex mex song in cui Cooder ipotizza che il più famoso dei banditi ritorni sulla terra con la sua calibro 44 e faccia incursione a Wall Street per far restituire il maltolto, bell’idea da noi potremmo resuscitare il bandito Giuliano?. 

Nella sarcastica Johnny Lee Hooker for President, rifà il verso al grande blusman e con voce cavernosa, battito di piede e la sua inimitabile chitarra immagina una nazione che abbia Hooker Presidente e Jimmy Reed come vice, garantendo blues e scotch per tutti, non sarebbe meraviglioso?! Sarcasmo e disprezzo per come è gestita l’America oggi. E’ affrontato anche il tema dei clandestini provenienti dal Messico (un pensiero costante di Cooder) e le leggi razziali e le violenze che subiscono nella bellissima e ritmata Quick Sand, anch’essa tutta suonata da Ry e Joachim, un capolavoro. C’è spazio anche per il gospel in Lord Tell Me Why in cui compare l’amico inseparabile Terry Evans, una delle voci nere più belle in assoluto.

Sono queste solo alcune indicazioni che rendono questo disco obbligatorio in quanto è uno dei più importanti nella discografia di Cooder ma anche uno dei più belli usciti in questo inizio di decade.













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Track List:

  • No Banker Left Behind
  • El Corrido de Jesse James
  • Quick Sand
  • Humpty Dumpty World
  • Dirty Chateau
  • Baby Joined the Army
  • Christmas Time This Year
  • Lord Tell Me Why
  • Simple Tools
  • John Lee Hooker for President
  • Dreamer
  • If There’s a God
  • No Hard Feelings

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