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Jazz Blues Black − Impro − Art jazz rock

Rusconi

Revolution

2012 - Bee Jazz
15/01/2013 - di
Rusconi è il nome di un trio svizzero costituito da Stefan Rusconi (piano), Fabian Gisler (basso) e Claudio Struby (batteria) attivo ormai da un decennio con una ricerca che definire “jazz” potrebbe essere limitativo.

Se eccettuiamo l’appuntamento di Montreux il paese elvetico non è mai stato sotto i fari della ribalta del settore; tuttavia, contrariamente a quanto si pensa, nutre un substrato di iniziative e di promozioni musicali ben oltre la media.
Questa ricchezza non alterata dai riflettori ha sempre permesso la nascita di proposte interessanti, originali proprio perché libere da premesse ed aspettative.

Questo Revolution, quinto lavoro del trio,  porta a maturazione un quadro caleidoscopico di interessi radicati negli ascolti onnivori dei tre artisti, con predisposizioni che vanno dal jazz al rock progressivo, dall’avanguardia al pop, dalla classica al noise.

Le strutture proposte dal trio sono generalmente analitiche e razionali favorendo la lettura del brano nei passaggi spesso arditi che vengono proposti.
Il gruppo pare ricercare una sinergia dei generi piuttosto  che un’antologia di citazioni ricorrendo a tecniche di alternanza, di miscela, di sovrapposizione o di sviluppo dei diversi spunti.
Per esempio:

Berlin Blues alterna poche battute di piano pop ad altre  di basso cadenzato alla Muddy Waters, inserendo nel mezzo vocalismi progr e digressioni pianistiche. Qui l’alternanza dei momenti è chiara e predominante

Message the History Again vive più di sviluppi circolari che ricordano alcuni momenti di Jarrett, depurato però da una certa spigolosità grazie a lirismi quasi pop mixati alla tecnica jazz

Alice in the Sky (per noi il vertice del disco), beneficiando anche dell’intervento nientemeno che di Fred Frith, affonda a piene mani nel mondo dell’avant alla Art Bears con evidenti richiami psichedelici; qui predomina la sovrapposizione dei voli  del chitarrista e del livello più strutturato del trio

Kaonashi riporta al Canterbury degli Hatefield and the North ed il brano vive su di uno sviluppo organico

False Awakening riporta una sovrapposizione molto breve tra piano e rumori

Tempelhof  sovrappone ed alterna piano da filastrocca con un sincopato del basso che ricorda Tavolazzi quando era nei primi Area

I due brani di chiusura sono performance dal vivo di brani dei Sonic Youth (fanno parte degli ascolti  di Stefan) proposti senza il canto, sostituendo l’impatto elettrico con il crescendo dello sviluppo.

Il metodo compositivo appare razionale, lucido, radicato su basi classiche e jazz;  le idee che emergono sono invece multicolori e multiformi.
Le esecuzioni probabilmente non sempre sono compiute o sviluppate; talvolta si ha la sensazione che alcuni passaggi siano più degli studi, delle prove che delle trame complete.
Questo tuttavia, a nostro avviso, non rappresenta un  limite del disco ma ne lascia aperta la lettura.
Qualcuno potrebbe sostenere che gli artisti avrebbero potuto osare di più, altri invece possono godere della sospensione o della essenzialità di certi  spunti.

Quello che a noi pare di rilievo, oltre al metodo compositivo e la varietà degli influssi già sottolineati, è la filosofia di fondo orientata ai timbri ed alle sonorità; si va ben oltre lo schema solista – accompagnamento ed anche l’interplay tradizionale. Il gruppo pare concertare ed intendiamo questo in senso etimologico : i musicisti fanno a gara, si rincorrono e contemporaneamente si sostengono e si  appoggiano.

Sarà retorico ma lo diciamo senza alcuna spocchia né iattanza: ci abbiamo ricavato una bella soddisfazione mentale e questo è un risultato piuttosto raro.

Ci auguriamo che valga anche per chi vorrà accostarsi a questa interessante realtà, che viene da un paese piccolo ma appartiene ad uno scenario culturale estremamente ampio.

Track List

  • Berlin Blues
  • Message the History Again
  • Milk
  • Alice in the Sky
  • Kaonashi
  • False Awakening
  • Templehof
  • Hits of Sunshine
  • Theresa‚Äôs Sound-world