03/11/2005 | di Christian Verzeletti
Riportare alla luce concerti che per qualche motivo si possono definire storici è sempre un’operazione rischiosa: se da un punto di vista meramente commerciale i fans rappresentano una garanzia di sicurezza, il pericolo riguarda la musica che può facilmente soffrire del tempo intercorso e di un livello sonoro difficilmente aggiornabile alla qualità attuale.
“Theatre Royal Drury Lane” rappresenta un’eccezione perché, pur non godendo di un suono eccelso, la musica ne esce vincitrice: la qualità di registrazione è vicina a quella di un (buon) bootleg, eppure quello che Robert Wyatt & friends hanno fatto l’8 settembre 1974 merita di essere ascoltato non solo dai fans più incalliti.
Ad un anno di distanza dall’incidente che gli avrebbe impedito per sempre l’uso delle gambe, Wyatt sale sul palco accompagnato da un ensemble d’eccezione introdotto da John Peel: la sezione ritmica è composta da Hugh Hopper al basso e da Laurie Allan alla batteria, mentre agli altri strumenti si alternano Fred Frith degli Henry Cow (violino, chitarra e viola), Julie Tippetts (vocals e keyboards), Mike Oldfield (chitarra), Nick Mason dei Pink Floyd (batteria), Dave Stewart degli Hatfield & The North (keyboards), Gary Windo, Mongezi Feza (tromba) e Ivor Cutler (vocals).
Già una partecipazione del genere è fuori dall’ordinario e lo è ancora di più se si pensa che da qui in poi Wyatt concederà solo qualche sporadica apparizione dal vivo. Giustamente accreditato a “Robert Wyatt & friends”, questo disco vive di quell’atmosfera unica ed improvvisata di certi concerti tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta: esemplare è la conclusiva “I’m a believer” che catalizza tutta l’energia della serata e la sprigiona in uno slancio corale. Gli strumenti e le voci sono qua tanto sbilanciati da far pensare che i protagonisti volessero andare oltre i loro stessi mezzi, invasati dalla bellezza assoluta di una musica tanto utopica da sfociare in una marcetta gioiosa.
Il fascino di questa atmosfera è aumentato dall’impurità del suono che ammanta ogni pezzo di un sottile pulviscolo, simile a quella patina che il tempo deposita sugli oggetti conservati a lungo.
Robert Wyatt si concentra alle tastiere e alla voce, offrendo lampi di quel percorso illuminato che poi svilupperà nella sua carriera solista a venire: il canto è di una grazia improvvisata che trasale i momenti più onirici del progressive e che risulta molto più “space” di tante band oggi acclamate.
Tutti si adoprano per fornire alla sua voce un tappeto ricamato in ogni interstizio: sono soprattutto le tastiere e il piano elettrico a intrecciare i pezzi con trame delicate come in “Memories” o in “Sea song”. L’apice si raggiunge con una “Mind of a child” cantata da Julie Tippets alle altezze della migliore Joni Mitchell e con il tessuto più spesso di “Little Red Riding Hood hit the road” dal cui ordito intricato e improvvisato spicca la tromba di Mengezi Feza.
Se non fosse per le carenze audio, “Theatre Royal Drury Lane” starebbe tra i migliori live usciti negli ultimi anni, un passo indietro solo a quel “A different kind of blue” registrato all’isola di Wight nel 1970: e, come nel caso di Miles Davis, meritebbe l’uscita in dvd.
Track List: