Richard Buckner è uno di quei rari cantautori che il suolo americano è capace di far sbocciare e poi di trascurare, di relegare in un angolo come dell’erba gramigna.
Sin dai tempi del suo esordio, che risale ad un’abbondante decina d’anni fa, è cresciuto e ha trovato considerazione in quegli angoli del mercato in cui si rifugiano gli appassionati, ai margini di tutto ciò che può essere considerato successo e show biz. Non potrebbe nemmeno essere altrimenti, visto il tipo di musica che propone: un folk-rock asciutto e parco, cantato con una voce che raspa storie di solitudine e di quotidiane desolazioni, con un suono in bilico tra il Texas e l’Arizona.
La particolarità di Buckner sta nell’organicità di ogni suo disco, capace di mostrare l’America ancora come un posto irrisolto, in cui si vivono frammenti di storie che val la pena esplorare: a questo contribuiscono tanto la sua scrittura quanto i testi, tanto le sue interpretazioni quanto gli arrangiamenti.
Forse proprio perché le sue canzoni sono tanto vissute da suonare (tragicamente) quotidiane o forse per colpa dello stesso tipo di destino che relega sempre i suoi personaggi ai margini, Buckner non ha mai fatto scuola come altri (Will Oldham e Howe Gelb, tanto per dirne due) e non ha mai riscosso come meriterrebe.
Questo suo nuovo disco non fa eccezione, anzi, si pone nella discografia del nostro come un “nuovo” capitolo: non ci sono cambiamenti, perché non ce n’è bisogno, piuttosto si procede seguendo sottili sfumature, percezioni di storie, immagini scalfite nella memoria, insistendo su uno stile ormai da tempo centrato e calibrato.
In “Dents and shells” ci sono accenni di rock, suonati in modo parco e raccolto, quasi in rispetto delle canzoni: chitarra, fisarmonica, steel e violoncello sono pronunciati come una singola voce e l’effetto ottenuto è lo stesso dei brani più desolati e solitari. Relativamente in primo piano sono le note del piano e gli accenni della batteria, che risuonano nello spazio dei pezzi e caratterizzano gli episodi migliori del disco: il pianoforte sfiora da lontano la gravità di “Invitation” e “Her”, mentre la batteria costituisce la struttura portante della conclusiva “As the waves will always roll”, percossa nella sua intimità da una serie di rullate.
“Dents and shells” è un disco fugace, per solitari, ma non per autolesionisti: lascia il segno come già il suo autore ha fatto in precedenza (“Devotion + doubt” e “Since” su tutti). E se qualche brano può ricordare lo stile di Jay Farrar, Buckner dimostra un equilibrio e una mira che mancano spesso all’ex-Uncle Tupelo.
Ogni suo album sembra un disco di canzoni che erano andate perdute chissà dove e che vengono recuperate dalla loro marginalità. Sono bozze di dialoghi, domande che rimangono senza risposta e una voce, che ti dà l’impressione di essere sempre uguale, ma che ti fa vedere qualcosa dietro la porta che non avevi notato.
Track List: