Quando i R.E.M. non erano ancora il comodo gruppo pop di oggi, quando l’underground non era ancora fare tendenza e quando la cosiddetta musica alternativa era lontana dal suonare fine a sé stessa. Si potrebbe riassumere così il contesto in cui nacque “Murmur”, l’esordio di quattro studenti universitari che diventarono poi una band pop-rock di livello mondiale.
Preceduto dall’Ep “Chronic town”, questo album risente forse troppo del tempo intercorso, ma all’epoca esercitò un fascino non da poco su critica e pubblico creando un alone di mistero attorno ai R.E.M. che durò per parecchi dischi a seguire.
Merito, si sa, della voce di Michael Stipe, eterea e rituale al punto da annebbiare i testi (creando una vera e propria gara di comprensione tra i fans); merito della chitarra di Peter Buck, malato di musica e di Byrds, Velvet Underground, Big Star, Wire ecc.; merito di Mike Mills e Bill Berry che tra armonizzazioni e contrappunti fornivano una ritmica non schiava degli anni ’80.
“Murmur” era in poche parole un disco da scoprire.
Dentro “Radio Free Europe” si celava lo spirito di una Patti Smith ancora eversiva; dentro “Talk about the passion” c’erano i Byrds cresciuti senza acidi; dentro “Perfect circle” c’erano i Velvet in pace con sé stessi e col mondo; dentro “Moral kiosk” e “Catapult” c’era un punk educato, appena scappato dai college americani.
Pur potendo vantare in regia gente come Mitch Easter e Don Dixon, il disco ha uno spirito unico che combinava un pop sognante in aria di Sixties con livori garage e atmosfere new-wave. Ne erano permeate anche canzoni pop come “Sitting still” e “Shaking through”, capaci di lievitare con incoscienza giovanile e autorità già adulta.
Col senno di poi si può ritenere “Murmur” tra i responsabili di aver spalancato parecchie porte all’underground, compresa quella del mainstream. Di lì passarono gli stessi R.E.M., ma anche Sonic Youth, Pavement, Grant Lee Buffalo, Buffalo Tom, Counting Crows, Gomez e chi più ne ha, più ne metta.
Track List: