20/01/2010 | di Ambrosia J. S. Imbornone
'This is not a show' si chiama il documentario live di Vincent Moon e Jeremiah incluso nell’edizione con dvd di questo album. Questo titolo è la prima parola che riecheggia nella traccia n.1 dopo i saluti di apertura, ma è anche l’etichetta migliore per distinguere questo progetto dal precedente e primo live dei R.E.M. che risale solo al 2007 e da altri dischi analoghi. Ascoltando queste 39 canzoni o guardando il relativo dvd, non si è infatti dinnanzi a un consueto spettacolo del trio di Athens, come non lo furono gli spettatori dei cinque live del 2007 (30 giugno, 1, 3, 4 e 5 luglio) all’Olympia Theatre di Dublino, non a caso denominati 'Live Rehearsal Shows'. Infatti quei concerti furono vere e proprie prove davanti alla platea dei fan, un esperimento alquanto singolare nella storia della musica, ma anche un esercizio 'filologico', un tentativo di ricostruire e ripercorrere il cammino della band dal primo Ep 'Chronic Town' (1982) in poi. Ma lo spirito è ben diverso da quello dei greatest hits: è come se il gruppo di Athens non abbia voluto ricordare a sé e al pubblico i brani storici che hanno costituito le tappe fondamentali della sua carriera (non a caso tra le canzoni alternate nelle cinque date ci sono solo due singoli dell’era Warner, la sottilmente anti-bushiana 'Drive' e 'Electrolite', appena variata qui grazie alla chitarra a 12 corde al posto del banjo), quanto piuttosto recuperare quello che rischiava di scivolare nel dimenticatoio. Di cosa si tratta? Degli esordi in quell’underground da cui i R.E.M. sarebbero usciti con più lentezza e difficoltà dei pressoché coetanei U2, le velate o esplicite polemiche sociali di 'Lifes Rich Pageant' e 'Document' ('looking around the world', scrive il chitarrista Buck), come la splendida 'Welcome To the Occupation', le implosioni di luce che conducono fuori da un 'very bad, very dark period' nell’inno 'These Days', i meccanismi oscuri dell’invidia narrati tra le distorsioni della tenebrosa 'Circus Envy'. Nel doppio album ritroviamo il fascino criptico di testi ermetici, non divulgati ufficialmente nei dischi e spesso fantasiosamente interpretati nella lettera e nel senso (si ascolti il divertente caso raccontato da Stipe a proposito di 'West of the Fields'), e di canzoni spesso mai più suonate dall’84-85, senza una vera ragione se non la noia per 'the old stuff', come racconta Peter Buck nelle preziosissime note al cd, tra l’aneddotico e lo storico come le introduzioni ai brani del frontman Michael Stipe durante i live. I R.E.M. provano allora l’adrenalina di rimisurarsi con brani di cui avevano persino dimenticato gli accordi, come '1,000,000' o 'West of the Fields'; vengono recuperate 'Gardening At Night', 'Carnival of Sorts (Box Cars)', tesa ed entusiasmante fino al crescendo di basso e batteria finale, o la chicca 'Romance'. Inoltre non mancano le trame metaforiche di 'Feeling Gravitys Pull', con la limpida ansia di sollevarsi dal suolo e la spinta verso la terra scandita dai bassi e da riff di chitarra affilati e ambigui come un brivido di paura che scorre sotto pelle. Altri R.E.M. rispetto a quelli noti al grande pubblico, che canticchia sotto la doccia 'Losing My Religion' e 'Everybody Hurts'. Mentre il trio tornava a se stesso per non perdersi, intanto testò on the road le prime versioni dei nuovi brani che sono confluiti poi in 'Accelerate', eccezion fatta per 'Staring Down the Barrel of the Middle Distance', non più inclusa nel disco e punteggiata nelle strofe da accattivanti riff di basso e chitarra, che fa il pari nella tracklist con l’ottima 'On the Fly', esclusa già da 'Around the Sun'. E sarà stato anche merito della retrospettiva tra vigore, mondi intenzionali e anni di musica, ma alla band ritorna la voglia di cimentarsi con ritmiche vertiginose, come nel caso di 'Living Well Is the Best Revenge', o 'Supernatural Superserious', allora ancora intitolata 'Disguised' e senza un ritornello, come un accumulo di forze senza sbocco. Anzi, il tempo trascorso tra e dai brani in scaletta pare azzerarsi: la band, quasi dimentica degli stordimenti elettronici, pure d’effetto ipnotico in molti casi, di 'Up', e della successiva melassa sonica in cui erano imbrigliati i troppo soft brani di 'Reveal' e 'Around the Sun', porta in tutti i pezzi in primo piano ritmiche incisive. Queste scuotono anche le ballate, senza fughe dalla sobrietà: si ascoltino ad esempio le pur cadenzate 'Mr Richards' o 'New Test Leper', ben sostenuta anche dall’imperiosità che assumono le chitarre delle strofe. Pare quasi che i R.E.M. vogliano dimostrare che non esistono per loro epoche concluse, ma un’identità unica, nel passato, come nel futuro. Il suono dei brani è sempre netto, corposo, definito: persino il piano di 'Electrolite' diventa una voce sonora decisa, mentre 'So. Central Rain' smorza i brividi di malinconia che ne affievolivano la parte finale per trasformarsi in un brano dal sound più determinato. Uniche pause riflessive, meno strette dalle spire di un ritmo che sfodera forza e costanza, sono la già citata 'On the Fly', sospesa a mezz’aria soprattutto nei momenti voce e chitarra elettrica, canzone bruciante come la lenta e stupefatta malinconia delle incomprensioni, 'Until the Day Is Done', con il suono chiaro delle sue chitarre struggenti, e la versione acustica di 'I’ve Been High', con un piano dal suono trasparente e luminoso come la verginità di una rinascita. Nel dvd, nella traccia 'Olive Branches', tra vari frammenti di brani live ci si perde nel bianco e nero della luce e del buio dei camerini; nel documentario prevale un movimento vorticoso che segue l’affluire di spettatori e l’avvicendarsi dei cinque giorni in inquadrature volutamente dinamiche. Cambi velocissimi di prospettiva moltiplicano i punti di vista, spostandosi dalle quinte al pubblico e a varie parti del palco, spaziando in orizzontale e in verticale, dal buio al chiarore dei riflettori sul gruppo. Da pochi giorni anche Stipe ha compiuto 50 anni, ma la band non sembra sentirsi ad un punto di arrivo: piuttosto riparte ancora una volta, ricordando il senso interiore e profondo del percorso R.E.M. e i suoi caratteri ('So that was kind of a gift from doing those shows. We got to go back and really consider what we had done in the past, and I think it ended up sounding pretty decent', racconta Buck). Questo album è un buon viatico per chi vuole superare le apparenze di una manciata di hit, mentre ai fan si consegna come uno scrigno di memorie ed emozioni, regno delle contraddizioni di un trentennio americano e della penombra affascinante esplorata in questi anni da uno storico lyricist come Stipe.
Track List: