Diamo subito un consiglio: invece di comprare “In time: the best of” dei R.E.M., compratevi questo singolo. Mantenete più o meno intatto il peso del vostro portafoglio e sfuggite al ricatto di un paio di inediti inseriti nella solita raccolta di “greatest hits”.
Nel tentativo di rendere necessaria anche questa uscita, è stato poi aggiunto un cd di rarità e di alternative takes, per cui vale lo stesso discorso fatto con “The essential” di Springsteen: un riempitivo. La raccolta “serve” a segnare i passi più riusciti del percorso dei R.E.M., ma, sia nella versione ad uno che a due cd, si presenta come un episodio ininfluente nella discografia del gruppo.
Queste strategie da compilation non hanno però intaccato l’attenzione che i R.E.M. mettono invece da tempo nei loro EP: quindi, qua vi perdete “Animal”, ma vi trovate altri tre brani inediti.
Più che da feticisti, direi che questo è un atteggiamento attento e necessario, da suggerire soprattutto in vista del periodo natalizio, prodigo di dischi che approfittano della bontà degli appassionati.
“Bad day” non è comunque un EP imperdibile, anzi, conferma la parabola discendente che i R.E.M. sembrano aver imboccato, trasformandosi in un oculato gruppo pop. Stipe e compagni hanno sempre avuto un’inclinazione pop, nel senso migliore del termine, ma poco alla volta hanno smarrito la severità che li distingueva.
Programmata da tutte le radio e spinta da un video in cui i tre vestono i panni di presentatori televisivi che diffondono notizie di disastri meteo, la title-track dovrebbe, nelle intenzioni, sferrare una critica all’America di Bush: in realtà è un brano piacevole, che riporta un po’ indietro nel tempo, con la voce di Stipe che si arrotola, con i cori e le chitarre che tornano a fare pop-rock. Facendosi spingere dall’entusiasmo, potrebbe essere una b-side di “Life’s rich pageant”. La cosa più interessante è comunque l’accenno di armonica, purtroppo limitato al finale del pezzo, mentre dal vivo è già stato esteso ad un vero solo.
“Favorite writer” e “Out in the country” sono due cover, quasi un giochetto, ben fatto: la prima è costruita con intelligenza e fantasia sugli archi, mentre la seconda, cantata da Mills, suona molto anni ’70 con una melodia che sembra fatta di cartacrespa.
“Adagio” è invece un pezzo, archi e tastiere con atmosfere molto lounge e new-age, del tutto inutile.
Volendo tirare le somme, neanche “Bad day” è quel piccolo regalo che potrebbe stupirvi piacevolmente sotto l’albero di Natale. Ma almeno tiene accesa una fiammella di speranza per uno dei gruppi di cui più sentiamo la mancanza: e non è solo per via di una nostalgia natalizia.
Track List: