12/08/2005 | di Christian Verzeletti
“Lingua contro lingua” è il primo disco dei Radiodervish, pubblicato nel 1998 (Dischi del Mulo / Polygram Italia), e ora di nuovo disponibile per tutti quanti avessero conosciuto il progetto di Nabil Salameh e Michele Lobaccaro solo ultimamente.
Questo album all’epoca vinse il Premio Ciampi come miglior esordio dell’anno e va considerato proprio ripensando a quel periodo: risulta infatti un punto di partenza non solo per i Radiodervish.
Sono passati solo sette anni, ma tanti sono bastati perché le nostre orecchie venissero intasate e assueffate da una quantità di commistioni e contaminazioni musicali: i Radiodervish non sono certo stati i primi a cercare di accostare la musica italiana a quella araba in un melting pot di sacro e moderno, ma di sicuro quanto proposto in questo loro disco suonava più fresco sette anni fa.
Bisogna poi dare atto alla band di essersi evoluta e di aver affinato il proprio suono fino agli aneliti spirituali di “In search of Simurgh”: questo disco va dunque ascoltato con un approccio a ritroso considerandone il peso ideale e culturale. In caso contrario rischia di suonare scontato, perché non è il nuovo disco dei Radiodervish.
I beat e le tastiere, cioè tutta la parte moderna di campionamento e di programming, non sono ancora armonizzati perfettamente con i suoni più tradizionali della canzone, come li abbiamo ascoltati negli ultimi due dischi.
Allo stesso modo l’uso della lingua araba non è ancora così diffuso e anche questo contribuisce a diminuire quella dose di magia antica che oggi è riconosciuta ai Radiodervish.
Alcune canzoni inoltre rivelano un forte debito nei confronti della musica di Battiato: soprattutto “Fedeli d’amore” è un pop-rock che potrebbe girare tranquillamente nell’etere radiofonico italiano.
Tutti questi sono d’altronde aspetti che poi i Radiodervish hanno maturato in un processo di interiorizzazione musicale che li ha portati a produrre una forma di canzone abbandonata, più vicina alla preghiera che al pop.
“Lingua contro lingua” rimane un disco che si ascolta volentieri, che gira bene, sfruttando tanto i beat quanto i movimenti arabeggianti delle tastiere e degli archi. Già si coglie un principio di quella ricerca testuale e strumentale successivamente approfondita in ogni sua minuzia: qua sono più che altro le tabla, la fisarmonica e un udu a creare un’atmosfera pan-etnica.
Il limite di “Lingua contro lingua” sta nel suo essere un disco di sprazzi e nel fatto che noi oggi lo possiamo riconoscere come tale. Sprazzi di una luce che i Radiodervish hanno imparato a diffondere con devozione.
Track List: