A dirla tutta, “This is rock’n’roll” (2001) mi era parso un lavoro episodico, quasi una sfida contro il tempo e il destino, un ritorno di fiamma da consumare in fretta prima che tutto si spegnesse nuovamente, per sempre. Invece “Well oiled” smentisce qualunque scetticismo da critico: Spike e compagni sono tornati con l’intenzione di fare rock’n’roll e di farlo il più a lungo possibile.
Si sa, il rock brucia in fretta e i Quireboys hanno sempre fatto di tutto per attenersi alla regola, pensando a divertirsi e fregandosene delle conseguenze. Anche oggi che alcuni di loro sono uomini con alle spalle una famiglia, continuano ad alimentare la fiamma con alcol, sigarette e chitarre: nonostante l’età consigli di ripiegare su della buona legna stagionata, preferiscono irrorare il fuoco del rock’n’roll con liquidi infiammabili, carburanti e quant’altro, “Well oiled” appunto.
Una bella fiammata e via, senza molte precauzioni. Tutto potrebbe terminare domani, ma l’intenzione è quella di accendersi ogni volta, uguali a se stessi.
Questo disco non aggiunge nulla a quanto già detto dalla band, se non una manciata di canzoni, nove per l’esattezza, che suonano come ci si aspetta: un rock’n’roll ruffiano, immediato, maschio, stradaiolo, sbandato.
Certo, con vent’anni in meno e qualche ritocco in più, i Quireboys potrebbero rientrare nell’osannato gruppo del new rock (?), invece sono solo una band perfetta per surriscaldare un pub, e a loro va bene così. D’altronde i loro concerti sono incandescenti e soddisfano come pochi: peccato che non passino in Italia, ma è già tanto che vengano distribuiti i loro dischi.
Anche stavolta tutto riparte a ritmo serrato, a cominciare dall’attacco di “Good to see ya”: “Well oiled” vive di riff battuti e di nervi, come succede in “You’ve got a nerve” e anche le ballate reagiscono di petto alla corrosione del tempo, con arrangiamenti chitarrosi e sfacciati. Solo che la band fatica a far salire la temperatura in modo vertiginoso come dal vivo: i Quireboys ci mettono slide, organo e pure un’armonica blues, ma mancano le grandi canzoni. La coerenza del loro suono cela una certa ripetitività nella scrittura: “What’s your name?” sa troppo di “Jumpin’ Jack Flash”, “Sweet as the rain” avrebbe meritato di essere cantata da una voce più dotata, mentre “Black Mariah” è una ballad oscura un po’ troppo costruita, che avrebbe potuto essere più blues.
Dalla loro i Quireboys hanno un’onestà che non si nasconde dietro a nessun trucco, che non cerca di mascherare il rock con il moderno, ma è una fedeltà cieca, che si tramuta in limite e rende il cd monotono. D’altronde è l’unica cosa che sanno fare e probabilmente non saprebbero farla altrimenti, per cui tanto vale far finta di niente, mettersi una bandana, accendere la miccia e tornare a giocare col fuoco.
Track List: