18/03/2009 | di Massimo Sannella
Un ritorno discografico che respira in grande stile, e per noi una superba e orgogliosa reazione contro tutta la musica noiosa, super prodotta, troppo complessa. Pippo Pollina, “musicista emigrante” da una vita, svizzero d’adozione e Linard Bardill, artista grigionese (Cantone Svizzero-Tedesco) si rincontrano idealmente – dopo una ventina di anni dal loro primo incontro artistico - in uno dei quei Caffè Caflisch svizzeri da cartolina color seppia, che alla fine dell’800 aprivano i battenti in alcune città Italiane; e riprendono in mano valigie di cartone lungo i percorsi obbligati, ma a ritroso, della trasmigrazione da Nord a Sud, con storie, calli nelle mani e negli amori, lontananze, un mondo filtrato attraverso un focale universo “retrò” che definire stupendo è ben poca cosa, se non addirittura nulla.
Un viaggio di due “musicisti cantastorie” che transumano all’inverso necessità, gioia, amarezza, sogni, ideali e batticuori affini a tanti popoli, a tante anime vaganti in cerca di uno scampolo di “patria” dove far riposare le gambe della loro vita. Ascoltare “Caffè Caflisch” è come stare seduti sull’erba di una collina, e assistere dall’alto il passaggio errabondo delle sue dodici tracce, un torrente che scorre, si adagia, fa anse e salterelli a cavallo della memoria, memoria che restituisce al bene e al male la loro prima dimora, la coscienza dell’uomo. Un disco scritto in due, fatto di ballate memorabili, delicate, tenere, sagaci e di riscatto, in cui i due artisti si incamminano affrontando tematiche e metafore “di viaggio” che stringono l’ascoltatore al doppio nodo delle emozioni.
Il primo Caffè Caflisch fu fondato nella Palermo fine Ottocento e vi si narra che proprio lì Tommasi di Lampedusa tratteggiò l’imbastitura del suo grande romanzo “Il Gattopardo”; e da questo dettaglio comincia a snodarsi l’ispirazione di questo disco: “Lampedusa “ e il tango scritto da Bardill e cantato in bundnerdeutsch “En leopard im kaffi”.
“Caffè Caflisch”, scritta da Pollina è l’emblema di questa opera, canzone del sentirsi straniero ovunque, cui segue la cavalcata rockeggiante “Anni settanta” dove vengono elencati gli eroi delle passioni giovanili, da Hendrix a Luther King, Pasolini e Bob Marley, Janis Joplin e Peppino Impastato, una carrellata elettrica sul perduto che vorremmo presente ora come non mai. Con Bardill ritorna la voglia di volare via sopra ogni cosa, di lasciare alle spalle la zavorra della vita in due dolci episodi: “Uf und durt” e “Ween I gohn”, fenomenale ballata mandala di slide-mex duettata con Pollina.
Un album già predestinato ad invecchiare bene, con dignità, senza rischiare di cadere in una malinconica “ripassata” di eventi; già un classico di questo artista purtroppo misconosciuto da noi, ma che, ad ogni sua “rimpatriata”, ci racconta favole reali veramente importanti, che ci dissetano di bello l’arsura dell’aspettativa come in “Ci sarà”, “A songwriter in New York” scritta a quattromani con Bardill, uno slow swing cantato in inglese, italiano e romancio, e il riadattamento in italiano di una canzone storica (Sage Nein – grida No) scritta dal cantautore antimilitarista tedesco Kostantin Wecker. Chiude “Rosegarte” di Bardill, questo artista, cantautore svizzero e teologo, che con Pollina ci hanno fatto valicare le Alpi, avanti e indietro dentro una valigia di cartone senza muoverci da dove siamo. Non meravigliatevi, se una volta finito di ascoltare questo disco, vi trovate a intrecciare con le dita un pezzo di spago consunto.