Oy<small></small>
Jazz Blues Black − Jazz − Jazz pop

Oyster

Oy

2017 - Piccola Orchestra Records
13/09/2017 - di
Oyster è un quartetto composto da Matteo Cuzzolin (sassofono), Demetrio Bonvecchio (trombone), Marco Stagni (contrabbasso) e Filip Milenkovic (batteria) che con questo Oy esordisce sotto l`egida dell`etichetta indipendente Piccola Orchestra Records.

Il combo costituisce un`altra conferma della fertilità che il Nord Est sta manifestando  in termini di nuove formazioni attive su di un crinale dolce ma impegnato del jazz nostrano.
Dolce per via della gradevolezza che la loro musica concede all`ascolto, impegnato per via della progettualità che ne costituisce la base; se un atto é frutto di un pensiero, per quanto semplice ed essenziale, questo disco ne é un buon esempio. Le trame risultano concepite, gli sviluppi appaiono controllati con una logica che predilige la sottrazione all`addizione; questo é quanto dichiarato dagli artisti e quanto si rileva oggettivamente dall`ascolto di questo apprezzabile lavoro.

In primis occorre notare che lo schema inusuale della lineup porta a un equilibrio quantitativo tra aspetto melodico (sax e trombone) e ritmico ; questa equivalenza si traduce in una particolare consistenza della prima parte che prende vita da suggestivi contrappunti dei fiati mentre la seconda vive di uno continuo scambio tra basso e batteria. E` come se i brani avessero due binari paralleli interallacciati; la melodia é determinata da percorsi all`unisono, in scambio o in chiamata e risposta mentre il ritmo viene scandito o in modo squadrato o punteggiato.

Ascoltando Fit é facile rintracciare questi ingredienti mescolati con sapienza, senza esagerazioni e con sinergia tanto che il quartetto a tratti pare una piccola orchestra per via della moltiplicazione degli effetti che riesce ad ottenere.

Un lavoro più articolato viene proposto nei due brani Funeral; un`intro scandita solo dal basso e poi seguita da uno sviluppo nel quale in rilievo c`é la pronuncia del trombone e il crescendo del sax che conferisce una grinta celebrativa. Un pezzo molto ricco che contrae debiti col folk bandistico.

Il combo non si slancia in improvvisazioni selvagge e prolungate e non adotta schemi di chorus alternati, ottenendo così un piacevole effetto di modernità. Nemmeno si avvertono ardite sperimentazioni armoniche, piuttosto si percepisce un`intenzione di mantenersi legati a idee di base che nella loro chiarezza possano essere percepite senza difficoltà da parte di chi ascolta, addirittura anticipate dallo stesso.

In questo senso si può parlare di ingredienti pop, da intendersi non certo nel senso commerciale ma nel senso di condivisione per una larga platea; il fraseggio e il tema al trombone in Popochan ne é una controprova per via della sua chiarezza ed accessibilità.

Il merito del combo é soprattutto quello di evitare strutture scontate e momenti di virtuosismo maliziosi, questi del tutto assenti; gli strumenti recitano per passi chiari, talvolta lenti, coinvolgenti negli sviluppi (si ascolti il brano conclusivo con il suo evolvere rotolante e fluido che accompagna l`ascoltatore quasi per mano) e soprattutto essenziali.

Non un capolavoro, sarebbe retorica poco credibile, ma certamente un`opera degna di attenzione per la freschezza e le premesse che introduce; un disco perfetto per attrarre i non specialisti.

Track List

  • Everybody Becomes G
  • Chopin
  • Askja
  • Ken Loach (for the losers)
  • Fit
  • Funeral Intro
  • Funeral Mafia
  • Popochan
  • Oysters Have Feelings Too