C’è più di una ragione che avvicina gli Over The Rhine ai Cowboy Junkies: ballate lente, malinconiche, colme di pause, costruite su un gioco di coppia silenzioso.
Quello dei Rhine è fondato sulla voce di Karen Bergquist e sulle tastiere di Linford Detweiler, mentre quello dei Junkies è svolto dai fratelli Timmins, Margo e Michael, rispettivamente voce e chitarra: più quotidiano e privato il primo, più scuro e blues il secondo.
In entrambi i casi, è ciò che intercorre tra la voce e gli strumenti a definire l’anima delle canzoni: echi e strascichi degli stessi, spazi angusti, ma profondi.
In aggiunta gli Over The Rhine sono andati spesso in tour con i Cowboy Junkies, li abbiamo visti anche in Italia aprire qualche loro data.
Ma, come tutti i paragoni, anche questo accostamento, per quanto fondato, non ha molta ragione di essere sotenuto. C’è una profonda differenza tra le due bands e non è solo dovuta alla maggior considerazione di cui godono i Cowboy Junkies, o alla loro presunta “scoperta” delle chitarre elettriche.
Gli Over The Rhine hanno un suono loro, tanto quanto ce l’hanno i Cowboy Junkies. E questo doppio disco lo dimostra.
“Ohio” è il capitolo di una corposa discografia, un tassello importante, come suggerito dallo spessore e dal volume doppio dell’album.
La musica degli Over The Rhine è infatti un hallelujah interiore, da cantare in silenzio, da mormorare: è un fiume che scorre costante, attraverso campagne e città, fino a pervadere del suo fluire tutto ciò che lambisce. È una corrente tuttaltro che fragorosa, ma con un’enorme capacità di portata: solo entrando nei meandri di ogni singola canzone, ci si accorge di cosa si muova all’interno di “Ohio”.
C’è una voce capace di struggere come quella di Janis Joplin, di volteggiare come quella di Linda Perry (ricordate “What’s up?”) o di planare come la miglior Shawn Colvin. Di cantare su movimenti rap, di avvolgersi in ricami roots, di sublimarsi nel gospel e di concedersi al pop, sempre con la stessa delicatezza. Una voce che sembra tante voci, ma che è una: una voce.
C’è un piano che suona come se fosse a New Orleans, un organo southern, un moog vintage, un mellotron moderno, un wurlitzer senza tempo.
Ci sono molte cose. Eppure sembra sempre che ce ne siano poche. Anche quando interviene la steel. Anche quando la band suona a pieni ranghi.
Il fatto è che la coppia Bergquist/Detweiler ha il dono dell’essenzialità e del movimento breve, nell’ombra. Così “Ohio” è pervaso da un soffio di soul, da quell’alone che avvolge gli oggetti dimenticati e che poi, una volta ritrovati e rispolverati, li fa scintillare nel loro essere di nuovo vivi.
Non tutto è così perfetto: nel secondo dischetto qualcosa tende a sfilacciarsi, ma la magia riesce lo stesso. E non è un trucco che gli Over The Rhine hanno rubato a qualcun altro.