Otis Taylor cambia registro e direzione artistica, per scelta o per compromesso, forse per una spinta esterna voluta dal suo management o dalla casa discografica. Presumibilmente è arrivato il momento di vendere di più, di allargare la fetta di attenzioni e di esibirsi presentando un repertorio più fruibile e meno noioso, a detta di molti (soprattutto di quelli presenti ai festival).
Queste in sintesi le pressioni che artisticamente ha incassato negli ultimi tempi il prolifero e fermo Otis Taylor? Impressioni personali, ma che nascondono probabilmente un velo di verità.
I suoi primi bellissimi album lo vedevano fiero e coerente protagonista, in un trio essenziale (due chitarre e un basso), di un blues primordiale dai contorni africani, di un suono unico ed originale, manovrato su semplici e intense strutture sonore, suonate soprattutto con cuore ed uno spirito al di fuori di ogni tempo.
Negli ultimi lavori gradualmente, anche se con contenuta moderazione, Otis si era concesso delle intromissioni sparse nel suo suono con l´aggiunta di una batteria, trombe, tastiere e archi. Piccoli cambiamenti riconducibili fino all’album “Below The Fod” (2005), in cui si avvertiva una sorta di saturazione, un cambio di rotta, o meglio una rottura di equilibri, di uno stile collaudato, marchiato su linee riconoscibili attraverso la forma di un trance blues di razza, ma soprattutto di appartenenza ad Otis Taylor al cento per cento.
Per chi lo ha seguito dagli inizi questo “Definition Of A Circle” può spiazzare e lasciare qualche perplessità, mentre per altri può suonare anche come un desiderato respiro di sollievo. Sentire all’angolo Otis Taylor tra i numerosi ospiti presenti è disarmante. L’essenza del suono di Otis Taylor si smarrisce in un blues più rock, si irrobustisce su andamenti forti e fin troppo carichi. Le tematiche restano valide ma il contesto appare più teso e anonimo soprattutto dovuto alle intromissioni di tournisti spesso inopportuni, che alla fine tendono ad appannare le sue scarne trame blues. Gli striduli interventi di chitarra di Gary Moore (“Little Betty” e “Something In Your Back Pocket”) sono superflui, quasi inquinanti più che benefici, come del resto avviene attraverso gli inserimenti della tromba di Ron Miles, gli assordanti colpi di batteria di Josh Kelly e soprattutto il continuare a spingere alla voce la figlia Cassie, che magari vorrebbe vivere di più la sua età lontana dal trance (adesso rock) blues del papà.
Stona non poco la presenza di un brano come "My Name Is General Jackson", una ballatona strappa lacrime che il buon Otis non si sarebbe neanche sognato qualche anno fa; anonimo risulta il rock blues di "Love and Hesitation" e inusuale il jazz sfrenato di "Long Long Life"; troppo collaudata una ballata come "Few Feet Away", un clichè già sentito, ma solo più arricchito.
Naturalmente nell’evoluzione/involuzione ci sono episodi di effetto e di notevole interesse come “Black’s Mandolin Boogie”, “Majaraja Daughter” e “Looking Over Your Fence” in cui compare l’armonica di Musselwhite.
Cosa attendere? Forse arriverà una pubblicazione live? Speriamo ancora di ritornare a sentire buona musica a prescindere dalle scelte del buon Otis Taylor.
Track List: