Otis Taylor é certamente una delle voci più originali e moderne del blues; nonostante non sia giovanissimo (classe 1948) la sua storia discografica si sviluppa soprattutto nel nuovo millennio dando vita ad una declinazione del genere denominata da molti 'trance blues', forgiata da capolavori come 'White African' (2001) e 'Respect the Dead' (2002), che consigliamo a scatola chiusa. Questo nuovo lavoro riporta Otis alle sue origini, così come evocato dal titolo dedicato ad una popolazione antica scoperta dagli archeologi dove lui vive. Il riferimento alla storia si ferma qui; il disco infatti verte su quei temi di isolamento, segregazione, reazione e storie di drammi quotidiani tipici di questo bluesman del Colorado. Il tratto ipnotico, iterativo e a volte minimale si conferma appieno nei brani della scaletta pur evitando sensazioni di monotonia. Il blues per Otis è una base di riferimento e non sono rari i richiami a John lee Hooker, come nella ritmica di 'Ran So Hard' e 'It’s Done Happened Again', o a Muddy Waters nelle più cadenzate 'Ain’t No Cowgirl' e 'Coffee Woman'. Siamo però lontani dal blues classico strettamente inteso; lo spettro dei timbri è più ampio, con presenze quasi antitetiche di un banjo e di un djembe folk, di un moderno theremin o di una tromba jazzata e soprattutto di una chitarra elettrica, quella di Gary Moore, che amplia lo spettro al rock blues per arrivare alla pedal steel con effetti slide e qualche volta psichedelici (si ascolti 'Harry Turn the Machine Up'). L’anima di base resta comunque acustica con un calore strano, obliquo, tipico delle situazioni vissute al di là del bene e del male, come in una sorta di trance che tende a congelare immagini normalmente più vicine all’istinto; questo effetto raggiunge il suo climax in 'Past Times', dove la tromba lunare, il cello nevrotico e la storia dell’uomo che sta per morire e smettere di soffrire congelano l’azione come in un ritratto di Munch. Anche la struttura dei brani non è la classica della musica del diavolo; le battute blues, o anche folk come in 'She’s Ice in the Desert', si alternano a chorus tipicamente lasciati alla chitarra elettrica con un prolungamento anomalo dei periodi. Otis dice di essere tornato indietro di dieci anni ma siamo sempre nel nuovo millennio, lontani dall’archeologia e ben piantati nella modernità.
Track List: