“Trance blues certified” è la garanzia che Otis Taylor pone in copertina a questo nuovo “Below the fold”.
Non è il tentativo di trovare una definizione o un’etichetta che possono risultare utili a promuoversi sul mercato, ma un chiamare le cose con il loro nome, per quello che sono, senza timore e senza retorica, come lui ha sempre fatto.
Ne ha tutto il diritto Otis Taylor, dal momento che al ritmo di un disco all’anno si è costruito un suono riconoscibile, che gli appartiene in ogni suo pezzo.
“Below the fold” è il sesto disco nel giro di sei anni: non venga a qualcuno il sospetto di parlare di abbondanza o di ridondanza, perché il buon Otis ha nel sangue lo stile essenziale del blues e ha messo insieme un altro album sintetico ed asciutto.
Dieci canzoni che ribadiscono un’identità nera e che continuano a parlare dei diritti civili dei neri d’America.
Non si può nemmeno parlare di ripetitività perché, da quando ha operato qualche cambio di formazione alla sua band, sostituendo Kenny Passarelli ed Eddie Turner con la figlia Cassie, Otis sta lentamente portando qualche variazione al suo suono, per sottolinearne le sfumature, tutte comunque blues.
Questa volta gli strumenti aggiunti sono la batteria e la tromba, rispettivamente suonati da Greg Anton e Ron Miles. Il primo compare nella buona metà dei pezzi non per dare ritmo, ma per sostenere la cadenza tesa della scrittura e del canto, mentre il secondo si insinua in tre episodi per sollevarne il grido sofferto.
Chitarre, organo, fiddle e violoncello si erano già sentiti nei lavori precedenti e qua forse vengono usati con maggior costanza, creando un suono più pieno che a tratti sfiora un roots primordiale, ora country ora cajun, sempre imparentato col blues.
Forte di questo impianto il disco punta tutto sulla tensione, ancora più di quanto fatto in passato: già “Feels Like Lightning” è un’apertura esemplare con il banjo dell’autore e una slide ad insistere incessanti, circondati da fiddle e cello.
I primi quattro pezzi non perdono un colpo, ma “Working For The Pullman Company” è una caduta di tono inattesa con il canto di Cassie Taylor che non centra nulla col resto del disco, giustificabile solo con il desiderio paterno di lanciare la figlia. Poi l’album si riprende e prosegue con la solita costanza, forse anche con troppa, perché rispetto al passato manca di punte: non ci sono infatti pezzi capaci di lasciare un segno forte come succedeva anche negli ultimi due dischi.
Sono appunti non da poco ad un lavoro che, pur godendo di buoni pezzi, alcuni anche più rilassati come “Went To Hermes”, è il meno efficace fin qua prodotto da Otis Taylor.
Non è comunque nulla di grave, nulla per cui mettere in discussione la validità di un marchio che rimane ancora una garanzia. Solo un calo fisiologico.
Track List: