Orchestra Di Piazza Vittorio - Orchestra di piazza vittorio

Orchestra Di Piazza Vittorio

Orchestra di piazza vittorio

2004 - Apollo 11 / Self

27/01/2005  |  di Christian Verzeletti

Condizione indispensabile per fare della buona world-music è l’appartenenza ai luoghi, al territorio.
Troppo spesso questo genere ha importato e prodotto a distanza degli ibridi che nelle intenzioni avevano concetti come contaminazione, musica etnica e multirazzialità, ma che nei risultati perdevano qualunque specificità, consegnando solo un pastiche di suoni eterogenei e plastificati.
Curiosamente l’Orchestra di Piazza Vittorio sembrerebbe proprio un crogiolo organizzato a distanza in quel di Roma, con musicisti indiani, tunisini, cubani, statunitensi, marocchini, ungheresi, ecuadoriani, argentini, romeni, senegalesi e italiani: tanta abbondanza sarebbe ingestibile se non ci fosse un luogo fisico a fare da vero punto d’incontro e a conferire un unico spirito al progetto.
Quel luogo è Piazza Vittorio, crogiolo di presenze altre da quella italiana, posto tra la stazione Termini e Piazza San Giovanni: come tutti i luoghi d’incontro di immigrati stabilisce un ambiente unico che sembra dotato di una sua identità.
A “scoprire” il luogo è stato Mario Tronco, tastierista degli Avion Travel, a cui va riconosciuto il merito dell’idea e soprattutto il filo conduttore: Tronco non si è posto come semplice produttore o animatore, ma ha dato uno sfondo e un contesto musicale allo spirito del luogo e dei protagonisti. Questo altro non è che la musica italiana degli anni’70, dire progressive è limitativo, che è comunque stata uno dei momenti più aperti stilisticamente a vari ed altri generi.
Non è un caso che il disco sia dedicato a Demetrio Stratos e che in più di una composizione, soprattutto in quelle dello stesso Tronco, aleggi un’attitudine libera che sfiora l’improvvisazione.
Le dieci tracce che ne sono derivate non suonano affatto concettuali o pretenziose proprio per l’energia positiva delle interpretazioni e per la forte caratteristica etnica di strumenti come oud, flauto andino, violino andaluso, violino ungherese, tabla ecc.
In ogni brano è riconoscibile una matrice di fondo che sfocia volentieri in un’ideale coralità comunitaria nei pezzi più arabi ed africani, ognuno, si badi bene, con la sua peculiarità.
Ad affascinare più di tutto è però la semplicità di “Tarareando”, scritta e cantata da Carlos Paz: il brano è una canzone vera e propria, cantata come una filastrocca con un pa-pa-ra-pa-pa innocente, che contiene la gioia e la ricchezza delle popolazioni sfruttate, in questo caso ecuadoriane.
Emblematica poi la chiusura pressochè a cappella di “Te no kenonè” con le voci che si alternano e si richiamano in rispetto dello spirito e del luogo originari da cui ognuno proviene.


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Track List:

  • Suite Ninderli|
  • 1) Intro
  • 2) Ninderli
  • Tarareando|
  • Moon Suite|
  • 1) Tre quarti di luna
  • 2) Lammabede
  • Sahara Blues|
  • Ao gi|
  • Mambo de Machahuai|
  • Ya Babà Maragià|
  • Te no kenonè

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