29/09/2004 | di Domenico Maria Gurgone
Al quarto album in sette anni e con una lista interminabile di date per tutto il nord Italia e non solo, gli One Dimensional Man rappresentano ormai una certezza sulla quale contare all’interno del panorama delle indie-bands nostrane di qualità. L’ultima prova del gruppo, questo “Take Me Away” pubblicato in estate grazie al connubio fra la Ghost records e la Midfinger, pare essere soltanto una conferma di quanto appena detto, in attesa di sviluppi futuri ancora più interessanti.
Da più parti si è letto come il trio veneto, con lo scorrere degli anni, abbia perso gran parte dell’irruenza degli esordi, stemperatasi oggi in un approccio più ragionato, ma non per questo meno frenetico, alla consueta materia trattata: un rock tosto e senza fronzoli. Il giudizio credo sia tutto sommato condivisibile e trova un fondamento non solo nell’auspicata – e puntualmente verificatasi – crescita del gruppo quanto anche nel singolo ma significativo cambio avvenuto nella formazione dopo la fuoriuscita del chitarrista Giulio Bavero, con gli ODM dal luglio 1998. Uscita peraltro definitasi in modo consensuale, come precisano i componenti della band, e che ha visto lo stesso Favero collaborare ancora attivamente alla riuscita dell’album, da ambo i lati del desk, alternandosi ora al missaggio dei brani, ora a suonare qualche parte di chitarra qua e là. Intanto, il contributo del nuovo acquisto, Carlo Veneziano, si è sposato in fretta ed al meglio con le liriche composte per l’occasione dal solito acuto Capovilla, nonché all’eclettico drumming di Dario Perissutti. La sequenza iniziale formata dai primi quattro brani valga come esempio: tonicità, stacchi frequenti, voce filtrata ma capace di catturare, e infine un potenziale radiofonico finora inusuale.
Il tutto avviene senza cedimenti di sorta o passi falsi: la scrittura di Pierpaolo Capovilla si è affinata con gli anni senza perdere il gusto di andare a scavare nelle angosce del cantante/bassista, e gli episodi ben riusciti superano realmente la media. In particolare, il feeling indubbiamente punk degli attacchi di molti brani tiene pigiato l’accelleratore della sezione ritmica, anche se paradossalmente uno dei brani che più rimane in mente dopo i primi ascolti è la lenta e pigra “Mad at me”, vero fulcro del dischetto.
In definitiva, un ritorno con tutti i crismi per un gruppo che speriamo sappia ritagliarsi d’ora in poi uno spazio adeguato alle proprie potenzialità, che rimangono di livello sia in studio che sul palco, come dimostrato negli ultimi tempi ai Ghost Days a Varese prima e infine al Tora!Tora! Festival di metà settembre a Milano.
Track List: