Oloferne - Le parole del vento

Oloferne

Le parole del vento

2005 - Autoprodotto

11/07/2005  |  di Christian Verzeletti

Gli Oloferne sono una rock-band di Ancona, che, dopo un disco uscito nel 2003, pubblicano quello che si potrebbe considerare il loro vero e proprio esordio.
Pur continuando sulla strada dell’autoproduzione, la proposta è infatti meglio definita: tutte le canzoni sono cantate in italiano e questo già contribuisce a dare omogeneità al disco. Il lavoro poi ha un suo peso specifico, anche per la presenza in un paio di brani di Gastone Pietrucci (La Macina) e dei fratelli Severini (Gang), vicini alla band per questioni che non sono solo geografiche.
Gli Oloferne propongono infatti un suono in cui la canzone e la tradizione popolare sono caricati della forza del rock: gli ospiti, pur rappresentando una conferma di queste caratteristiche, offrono un contributo episodico in paio di brani e va invece riconosciuto al gruppo in prima persona il merito di un’amalgama non facile.
Il violino di Giuseppe Cardamone e i flauti di Alessandro Piccioni si vanno ad aggiungere ad una ritmica robusta, in cui le chitarre giungono spesso a toccare territori solitamente riservati ad un rock duro. Il rischio era quello di produrre una sorta di crossover etnico, uno di quegli ibridi geneticamente modificati tanto in voga di questi tempi, invece gli Oloferne hanno trovato un punto di equilibrio proprio nelle canzoni e nelle loro radici popolari.
“Le parole del vento” non ha nulla di eclatante o di innovativo, ma è un disco in cui anima e tecnica sono presenti in buone dosi, riuscendo a tratti a combinarsi in qualche passaggio suggestivo che ben esprime la personalità del progetto.
Si inizia con un’introduzione parlata che fa da manifesto ideale al lavoro, soprattutto quando attraverso le parole di Maria Montessori dichiara: “noi oggi crediamo che la musica sia indispensabile rianimatrice per i soldati che vanno a morire, ma quanto di più essa sarebbe una rianimatrice per tutti coloro che devono vivere”. Il concetto viene sviluppato nell’arco di dieci tracce in cui trovano posto anche un paio di canti tradizionali marchigiani: le chitarre elettriche servono a ribadire e a marcare la vitalità di una coscienza umana presente in tutti i pezzi. In qualche episodio, soprattutto in “Capaneo”, le influenze hard sembrano andare sopra le righe, ma sono delle punte di forza ben bilanciate dalla sensibilità di pezzi come “Il nobile del seguito” e “Colore ora c’è”. È in questi brani che gli Oloferne suonano maturi e completi quando riescono a bilanciare il rock con le flessioni delle canzoni e con le suggestioni degli strumenti più tradizionali.
Il loro approccio poi è sempre ricco e variegato, con le percussioni che offrono la possibilità di divagare liberi in uno stile quasi anni ’70: emblematica è la conclusiva “Habiba” che riassume tutto lo spirito del gruppo dall’intro con flauto ad una parte quasi prog fino a chiudere il cerchio con la voce di Gastone Pietrucci su un canto popolare.
Più che su un paesaggio di Van Gogh, riprodotto in copertina, gli Oloferne tentano di proseguire, respirando a pieni polmoni con la forza della gioventù, sul percorso indicato dai Gang e La Macina con “Nel tempo ed oltre, cantando”.


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Track List:

  • Intro|
  • Danza di un uomo di paglia|
  • Il nobile del seguito|
  • Cristallo di Boemia|
  • Vergine d’acetilene|
  • Colore ora c’è|
  • Capaneo|
  • L’albero di alluminio|
  • (reprise)|
  • A braccia alzate|
  • Habiba

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