A chi se li trova davanti per la prima volta su qualche rivista, in rete o meglio in qualche negozio di dischi, bisogna subito dire che può andare ad intuito fidandosi di quelle che sono le coordinate suggerite dal nome della band.
Gli Old Crow Medicine Show fanno una musica profondamente popolare che va a pescare pezzi di un’american music perduta, quella più aspra e genuina. I loro dischi sono molto old time e le loro interpretazioni sguaiate proprio come lo starnazzare di un corvo che porta con sé l’odore agro della morte. I “medicine show” poi erano nella Vecchia America quegli spettacoli itineranti portati di paese in paese da improbabili guaritori che facevano presa sulla gente sfruttando anche rappresentazioni di carattere musicale-teatrale. Mettete insieme queste caratteristiche ed avrete una band di scapestrati associata nel booklet ad un gruppo di lavoratori con tanto di bretelle, basettoni e baffi.
C’è del folk ovviamente in “Big iron world”, ma un folk suonato con un’energia corale che impedisce agli Old Crow Medicine Show di essere uno dei tanti gruppi di revival. Le influenze sono chiare e basta guardare la foto di copertina con i ragazzi immortalati davanti ad un negozio di dischi che ha in vetrina Dylan ed Hank Williams: i pezzi suonano traditional, alcuni sono proprio dei traditionals, tirati per i capelli senza perdere la presa.
Il blues aiuta a tenere le redini e difatti “Big iron world” potrebbe trovare posto nella vostra discoteca a fianco di “Old scool hot wings” di Jimbo Mathus: le canzoni qua scendono dal versante nord degli Appalachi, ma il risultato non è così distante e in più di un’occasione ci si trova spinti in un juke joint del Sud.
Già la traccia iniziale ha un approccio esplicitamente down home con la voce che tira manco fosse il fantasma di un giovane Dylan (che comparirà più volte). Chitarre, banjo, contrabbasso, fiddle, armonica e guitjo contribuiscono poi a saltare dal blues al bluegrass, dal folk al ragtime come facevano le jug band di un tempo.
Gli Old Crow Medicine Show si permettono anche di sbagliare un attacco e di tener buona la take ripartendo tra le risate, ma la loro è un’ilarità che in più di un’occasione guarda alla realtà e alla morte con amarezza come nella lezione del miglior folk (“Union maid” di Woody Guthrie è lì a provarlo).
Splendide le sfumature autorali di “My good gal” giusto per dimostrare che i ragazzi non sono solo degli sbandati buoni a suonare per strada. Come nel precedente album, della partita fanno parte anche David Rawlings in veste di co-autore e produttore e Gillian Welch invece in quella di batterista.
Tra i salti delle voci e un paio di svolazzi revivalisti qualche difetto c’è, ma in un disco così è altro ciò che conta.
Track List: