Okkervil River - The stand ins

Okkervil River

The stand ins

2008 - Jagjaguwar

09/11/2008  |  di Vito Sartor

The Stand Ins è il successore gemello del precedente The Stage Names: la scelta di non pubblicare un doppio album è stata una gradevole scommessa per Will Sheff e compagni che ormai, dopo dieci anni di carriera, possono guardare con atteggiamento paritario a band con le quali si sono sempre dovuti confrontare con discreta umiltà, una su tutti gli Wilco.
Chi ha decretato che The Stand Ins sia un album appena sufficiente e che non possa reggere i consensi del suo predecessore si sbaglia di grosso, i ragazzi di Austin hanno ultimato il secondo capitolo di un capolavoro, un disco che richiede parecchia attenzione all´ascolto, ma sopratutto molta dedizione nella comprensione dei messaggi letterari, sempre seguiti da un filone intellettualoide che ha sempre caratterizzato il dna della band texana: la simmetria dei brani è tutta da scoprire con The Stage Names, e si parte proprio dal finale, dalla vicenda di Bruce Wayne Campbell, una delle prime star a morire di hiv negli anni 80; così come il precedente album "John Allyn Smith Sails" enunciava di un´intervista fatta al poeta John Berryman e della causa del suo suicidio. Insomma gli Okkervill costruiscono una sorta di doppio concept che narra vicende in bilico tra la vita e la morte - non per forza considerando l´una positiva e l´altra negativa, anzi forse il contrario - esposte con una tecnica interpretativa ricca di pathos e inventando una specie di teatro meta musicale e letterario.
L´ascolto del disco non è solo una sfida alla ricerca dei contenuti, nell’album vengono curate tutte le sfumature sonore composte da certi abbinamenti melodici cari al gruppo e che caratterizzano l’intero disco; come per i precedenti lavori, più concentrati a fondere country e rock, ci si immerge in un processo di fusione tra folk, rock e pop: l´esordio con “Lost Coastlines” richiama ai ricordi passati, quello che un tempo erano i sogni di una giovane band in tour e che oggi diventa un ironico racconto, narrato da un suono sbarazzino e accattivante (tra l´alt country di Ryan Adams e gli Strokes), che Will Sheff e Jonathan Meiburg cantano in duo, per l´ultima volta insieme, ricordando i bei tempi prima che le loro strade si separano e Jonathan prosegua il suo camino con gli Shearwater, come era previsto.
La dimensione artistica è ancora una volta immersa nell’intimità di pensiero e di un vissuto proprio, affiorano le angosce di essere artisti, la vita dei componenti è come se venisse proiettata da una serie di fotogrammi trasmessi a ripetizione costituendo una pellicola di un film autobiografico: così la vita di un musicista viene cantata con maturità attraverso differenti angolazioni, se un tempo la fama e il logorio di una vita in tournee’ poteva spaventare, ora l´incantesimo viene sfatato da un rock bugiardo come quello recitato in "Pop Lie"; si passa in successione a parlare dall´onestà artistica negata dagli stessi autori, se si considera quella schiera di intellettualoidi borghesi che sfoggiano la loro bibliografia sugli scaffali delle loro librerie e che qui sono narrati dal folk elettrico di "Singer Songwriter"; qui il giudizio del testo è altamente severo:"...and your world is going to change nothing and our world is going change nothing". I molteplici punti di vista del vivere la musica li si possono anche raccontare attraverso i sentimenti di una groupie o di un fans, che ammira da idiota i propri idoli on stage: la ballata di “Blue Tulip” racconta la genesi di quelle distanze umane, le stesse distanze affettive che riemergono in una forma più emotiva in "Calling And Not Calling My Ex", in quest’ultima esposta da un suono più spensierato, paradossale e quasi festaiolo, meno vellutato del precedente ma ugualmente profondo. Come dicevamo poc’anzi gli arrangiamenti melodici di The Stand Ins caratterizzano molto lo stato d´animo del disco, sia se sono espressi dal fluido sonoro delle tastiere, che attraverso eleganti abbinamenti strumentali: archi e fiati, uniti ai suoni più crudi delle chitarre, la persistenza ad un romanticismo più datato espresso dagli ingressi delicati di mandolino, o ancora la resistenza ai suoni più diretti e terreni come ci ricorda la presenza del banjo, combinata al vintage-pop dell´hammond; sempre suoni diversi ma associati in modo esemplare, uno stile facilmente riassumibile e rintracciabile in chiusura del disco (“Bruce Wayne Campbell Interviewed On The Roof Of The Chelsea Hotel, 1979”).
Per Gli Okkervil River ripetere un’ opera di questo calibro non sarà semplice, nonostante come ascoltatori si possa percepire una lontananza da certi stati d´animo, l´introspezione di certi argomenti, la profondità di un vissuto narrato in questo modo, commuove come pochi dischi riescono a fare. La dimensione scelta dalla band per esprimere la loro musica non è facile da poter replicare, ma siamo sicuri che gli Okkervil siano gli artisti più onesti e più veri che il mondo musicale americano possa vantare di avere. Buon ascolto e buona ricerca.


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Track List:

  • The Stand Ins, One|
  • Lost Coastlines |
  • Singer Songwriter|
  • Starry Stairs|
  • Blue Tulip|
  • The Stand Ins, Two|
  • Pop Lie|
  • On Tour With Zykos|
  • Calling And Not Calling My Ex|
  • The Stand Ins, Three|
  • Bruce Wayne Campbell Interviewed On The Roof Of The Chelsea Hotel, 1979

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