Okkervil River - Black sheep boy

Okkervil River

Black sheep boy

2005 - JAGJAGUWAR

01/07/2005  |  di Christian Verzeletti

Con i loro precedenti dischi, soprattutto con il sorprendente “The river of golden dreams”, gli Okkervil River ci avevano trasportato in un mondo loro, affascinante come certe favole. Un mondo che, proprio come una favola, stupiva ad ogni angolo riuscendo a meravigliare con la sua freschezza e allo stesso tempo a farsi riconoscere per qualche passaggio noto.
In un’intervista che ci aveva rilasciato pochi mesi fa, Will Sheff aveva confermato un senso di continuità e di scorrevolezza, di piccoli cambiamenti che fluiscono da un disco all’altro, riconducibili all’immagine fluviale che gli Okkervil River portano con sé. In effetti le nuove canzoni proseguono su questa linea, sul letto neanche tanto ideale di quel grande fiume che è l’american music, ma stavolta conducono ad un luogo che non suona così incantevole.
Sheff e compagni ribadiscono un suono stratificato, ma meno sorchestrato, quasi più spoglio e più rock, cosa che in fondo sono sempre stati pur in un contesto raffinato. Ciò di cui il disco difetta è proprio quella sensazione di unicità, quel senso di attrazione e di fascinazione che le canzoni producevano facendo intravedere il loro fondale.
“Black sheep boy” è comunque un lavoro di qualità, ben marcato dal canto e dalla scrittura di Sheff: si comincia con il folk delicato della title-track, giusto omaggio a quel Tim Hardin che è uno dei (tanti) punti di riferimento della band, per proseguire poi in un percorso sinuoso tra sbalzi elettrici e piane acustiche.
Rimane un senso di ciclicità con il tema dello stesso Hardin che viene ripreso più avanti tra qualche passaggio rock (“For real” e “So come back, I am waiting”) in cui il canto di Sheff sale spezzato, drammatico ma anche piuttosto tremolante. Abbastanza normali sono anche “Black” e “Latest toughs”, bagnate in un pop-rock che riflette vagamente i Cure, in cui gli Okkervil River insinuano solo un minimo della loro sottile malinconia.
Per quanto suoni bene, nei pezzi rock la band non riesce ad esprimere tutta la propria particolarità: questa emerge invece in “Stone” con un soffio di voce e di chitarra acustica che si rimette sulla sponda del fiume dei sogni dorati. I pezzi migliori del disco sono infatti quelli più acustici e bucolici, come “King and a queen” con una tromba e “Song of our so-called friend” con una piccola dose di fiati e di vibrafono.
Nel complesso l’album sembra reclamare un’identità non ancora del tutto realizzata, che, nel tentativo di esistere, porta a tratti all’esasperazione il proprio umore malinconico.
Alla fine lascia nell’aria un odore di fiori appassiti, rimasti in acqua troppo a lungo: è un odore che porta con sé dolcezza ma anche morte e decomposizione, proprio come gli amori cantati da Sheff, vivi solo nella memoria di chi non rinunzia a portare qualche bouquet sulla tomba dell’amata.


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Track List:

  • Black Sheep Boy|
  • For Real|
  • In a Radio Song|
  • Black|
  • Get Big|
  • King and a Queen|
  • Stone|
  • Latest Toughs|
  • Song of Our So-Called Friend|
  • 4So Come Back, I Am Waiting|
  • Glow

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