I Nidi d’Arac sono ormai una realtà affermata, anche al di fuori del nostro panorama nazionale. Qualcuno storcerà il naso di fronte al riscontro che il genere cosiddetto etno-techno sta riscuotendo, ma questo ensemble salentino ha buoni motivi per distinguersi dai cosiddetti gruppi di tendenza.
Innanzitutto un curriculum di tutto rispetto, in cui a tre cd già pubblicati si aggiungono una colonna sonora (“Figli d’Annibale”), collaborazioni con Teresa De Sio e con Robert Plant, partecipazioni al Premio Tenco e a svariati festival.
Ma a fare da garanzia a questo progetto, nato dall’incontro tra il musicista leccese Alessandro Coppola e il manipolatore Marco Viale, è la coerenza di un suono che ha in sé intenti culturali: la fusione delle musiche tradizionali del Salento con ritmiche moderne viene infatti operata con precisione filologica.
L’intuizione è quella che la pizzicata tarantata può essere abbinata al dub, al jungle, al drum’n’bass, all’hip-hop, insomma a qualunque ritmo urbano contemporaneo, partendo da una base ritmica comune: quello che oggi viene chiamato rave non è poi molto distante dalla trance che si crea in quelle feste notturne sperdute nella campagna meridionale o nelle continue ripetizioni di certa musica popolare.
A questo i Nidi d’Arac aggiungono una ricerca, che li porta ad usare strumenti come bansuri, esraj, sitar, oltre ai più comuni fisarmonica, violino, violoncello, tromba, flauto, tamburello e così via.
“Jentu” è il nuovo disco di una band, che sarebbe più corretto considerare un ensemble da villaggio globale per come si fa diffusore di atmosfere contaminate. Continuando il viaggio degli album precedenti, vengono rievocate arie dall’intero Mediterraneo e anche dall’Oriente: la voce di Alessandro Coppola sale dal profondo di una gola arsa come un’invocazione rivolta al mare. Il Salento è centro del Mediterraneo e, anche se sono di base a Roma, da lì i Nidi d’Arac ruotano il loro sguardo con un movimento concentrico ad ampio raggio.
Il senso è quello del peregrinare continuo, rappresentato dall’immagine del vento che si alza come il canto sopra ogni brano: “Su questa terra c’è sempre l’armonia / di chi se ne va e di chi arriva”. Mentre la musica è fonte di salvezza interiore, la lingua (dialetto salentino, con l’aggiunta di italiano, inglese e latino) è atmosfera genuina ed onirica, parallela alle ritmiche che talvolta si fanno ossessive nella loro spinta.
Oltre allo stesso Coppola, al canto si alternano anche ospiti come Yasmine e Soulee B.: la varietà di voci e di suoni diventa così simbolo della multiculturalità e della multirazzialità del progetto.
Le singole tracce vanno perciò ascoltate ed assimilate senza interruzione alcuna, né pause né stop, come un viaggio, come un trip. Si potrebbe discutere se certi passaggi non siano forse commerciali, ma, più che un disco, “Jentu” è un’esperienza. Che vi piaccia o no.
Track List: