Live at the fillmore east<small></small>
Americana

Neil Young

Live at the fillmore east

2007 - Reprise
28/03/2007 - di
Difficilmente dimenticherò il mio incontro con Neil “Cavallo Pazzo”. Per un quindicenne con una misera collezione di vinili, in parte ereditata dal fratello maggiore fanatico degli U2, trovarsi tra le mani una copia di “Rust Never Sleeps” è stato l’equivalente di un frontale con un autotreno. Sul lato A una serie di ballate folk agrodolci e incantevoli, che mostravano finalmente un artista maturo e pacificato, uscito indenne dall’inferno degli anni 70. A quel punto avevo già messo la freccia, sicuro di un facile sorpasso e, neanche il sopraggiungere in lontananza della ballata elettrica “Powderfinger”, era riuscito a farmi desistere. Poi lo schianto finale e i fendenti di “Welfare mothers”, “Sedan delivery” e “Hey hey, my my” si sono abbattuti sulle mie povere e giovani orecchie, autentiche comete impazzite, rumorose e cariche di tensione oltre ogni limite per i loro tempi. Il sound convulso e chiuso su sè stesso di quell’album mi ha accompagnato come un eco negli anni mentre le mode musicali si rincorrevano per poi sparire nel nulla.
Da quel punto di partenza è stato tutto un percorso a ritroso per riscoprire gemme disseminate lungo gli anni in una produzione frastagliata fatta di impegno civile, album mediocri e sopravvalutati come “Harvest” e straordinari resoconti dal baratro (“On the Beach”). E così scoprii che il suono ottundente e fragoroso che annichiliva il punk e precedeva il grunge, aveva origini ben lontane, fino al ‘69 quando usciva “Everybody Knows This Is Nowhere”. Ma se sul finire dei ‘70 la musica di Young era schizofrenica e imprevedibile, divisa tra anima folk e corpo hard, nei suoi esordi il canadese, complice forse una vita ancora scevra di tormenti, riusciva a miscelare serenamente l’amore per la tradizione con gli assalti all’arma bianca delle chitarre, diluite in chilometriche e avvolgenti jam hard-country, senza stacchi netti che disorientassero l’ascoltatore ignaro.
Questo documento live, tratto da una serata dal mitico Fillmore East, è uno scatto essenziale per capire quali vibrazioni emanasse quel sound. Il cd presenta solo il set elettrico con i Crazy Horse nella formazione originale con l’aggiunta del famoso produttore Jack Nitzsche all’organo ad ammorbidire la sezione ritmica essenziale e precisa della coppia Talbot/Molina e l’interplay telepatico delle elettriche di Young/Whitten.
Oltre a due brani di pubblicazione futura come “Let’s go Downtown” del compianto Danny Whitten, ripreso sul tormentato e meraviglioso “Tonight’s the night”, e “Wonderin’”, che finirà addirittura nella produzione degli anni ‘80 (sul controverso e deludente “Everybody’s rockin’”), a farla da padrone è il già citato “Everybody knows This Is Nowhere” con la coppia “Down by the river/Cowgirl in the sand”, che totalizza oltre 28 minuti di riff ipnotici e circolari che potrebbero durare all’infinito, quasi svelassero in ogni frase un accento diverso dello stesso estatico mantra.
Forse non si tratta di un documento indispensabile (soprattutto il dvd che offre solo una carrellata di fotografie), ma ha il pregio di costituire un punto di partenza in un´opera di riordino nella produzione live dell’artista (è già uscito un altro capitolo della serie e se ne prevedono altri - il mercato delle ristampe è diventato una gallina dalle uova d’oro!-) forse troppo dispersiva e affollata di titoli prolissi e prescindibili.

Track List

  • Everybody Knows This Is Nowhere|
  • Winterlong|
  • Down by the River|
  • Wonderin´|
  • Come on Baby Let´s Go Downtown|
  • Cowgirl in the Sand

Neil Young Altri articoli