Fork In The Road<small></small>
Americana

Neil Young

Fork In The Road

2009 - Reprise
23/04/2009 - di
Il “Grande Bisonte” è di nuovo in pista, e ogni volta che parla, è come se lasciasse scorrazzare il tempo, tra i canyon delle rughe che solcano il suo volto; e come vecchi capi Sioux, dispensa le scarse dichiarazioni con franchezza e convinzione, senza lasciare la minima possibilità di battibecco. 63 anni passati dall’altra parte della barricata, contro tutto e tutti, sempre a fianco del bisogno e degli ideali. Il marchio di fabbrica Young – anche se qualche volta logorato da scivoloni - surclassa la sua stessa mitologia dove anche le pietre ne conoscono vizi e virtù; “Fork in the road” è il disco dell’attualità ecologica e prettamente versato alle fonti di energia alternativa al petrolio, che esce dalle crociate anti Bush di “Living with war”, ed entra nelle grazie della nuova politica Obamiana con la freschezza indomita di un rockers ventenne. Ma appunto, come ventenni pieni di speranze e molti controsensi e facinorosità ambigue.
Non ci sono i “Cavalli Pazzi” al suo seguito, e lo spirito del Canadese non sembra accusarne la mancanza; come da prassi tira dritto a testa bassa, senza peli sulla lingua, e via all’ennesima battaglia di giustizia e verità. Già definito, dalla critica americana, un flop come lo fu il suo “Greendale”, per la verità il disco si scosta di molto dal Neil Young abituè, si rivela a tratti un po’ come tirato su nell’ingenuità di fare pur di fare, di cavalcare l’onda new deal per fare notizia, e al quale – l’altra America - non gli perdonerà mai di aver sostenuto a spada tratta, tempo addietro, Ross Perot, braccio destro di Reagan e della sua politica nucleare. Ora siamo di nuovo a parlare dell’evoluzione del cantastorie a paladino, e il rockers sposa la tematica dell’inquinamento delle auto e della benzina come sangue infettante da locomozione; e per farlo spolvera tutto l’armamentario di suoni e di parole come sempre dettate dall’impulsività e dalla sua cocciutaggine da almanacco.
E il suono che esce dai solchi di Fork in the road, è quello pompato, pieno di ariosità e cromatismi, come se questa battaglia fosse già vinta in partenza, ma del resto Young ci ha abituato da sempre al suo modo bisontiaco di seguire l’istinto e di fare quello che gli sembra giusto, a non semplificarsi le cose. Quasi come se fosse dedicato a John Goodwin – detentore del brevetto del motore elettrico montato su auto Lincoln delle quale Young ne è uno estimatore da lunga data e al quale inventore dedica il southern-rock in “Johnny magic” – il disco esalta come sempre altisonanti attacchi rock di pura razza (Get behind the wheel, Hit the road), la west-coast sincopata (Couhg up the bucks), svia nell’honky-tonk da Baton-Rouge, e fa una capatina nella Detroit della Motown (Fuel line), Torna il Neil delle ballate da grandi pianure in “Off the road”, stupendo lentone di organo gospel, e in “Light a candle”, old Irish mood che ci fa stillare una lacrima evergreen senza che ci si rende conto.
Neil Young torna in pista con un episodio discografico che si può collocare tra i lavori “sospesi” della sua storia, che non lascia il segno come dovrebbe, che lascia il sapore in bocca di un progetto abbozzato in attesa di un nuovo Zuma, Harvest, After The Gold Rush a venire; ma rimane sempre un artista mustang di razza selvaggia che detta regole e compiti, un vero rockers che il tempo non abbatte, e se in questo album ha celebrato la velocità, la corsa e il consumo dell’automobile mancando di un pelo abbondante il centro, c’è sempre una grande lezione, una grande metafora del riscatto e della sete di libertà alla quale il “Grande Bisonte” a dedicato una vita, una chitarra contro. Anche nei momenti di confusione.

Track List

  • When worlds collide|Fuel line|Just singing a song|Johnny magic|Cough up the bucks|Get behind the wheel|Off the road|Hit the road|Light a candle|Fork in the road

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