I Motorpsycho arrivano al loro quattordicesimo disco con la certezza di essere una band di culto, “It’s a love cult”. Questo permette a Bent e compagni di chiedere sempre più alla propria musica e al proprio pubblico, in linea con quel percorso che li ha portati a evolvere le durezze rock degli esordi in trame sempre più ricercate.
Nonostante il titolo, “It’s a love cult” non è il regalo che i fans di vecchia data si aspettano da tempo, d’altronde i Motorpsycho non si sono mai guardati indietro, neanche quando dischi come “Let them eat cake” sembravano averne minato gli equilibri.
Questo nuovo lavoro è ancora più difficile del precedente “Phanerothyme” e del citato “Let them eat cake”: la strumentazione e gli arrangiamenti sono espansi in un pop esigente ed orchestrale che a tratti sfiora la musica classica (archi, theremin, piano, clarinetto, organo). Ma soprattutto a dominare sono le tinte fosche, a pastello, che tolgono qualunque immediatezza.
Tutto il disco è pervaso da toni in continua dilatazione, da pennellate sospese e poi trascinate fino a sfumare in colori diluiti. Ciò che tiene insieme lo swing alla Bacharach di “What if”, con il jazz fumoso di “This otherness” e la psichedelia acustica di “Circles”, è proprio questo mood fatto di malinconie distanti, di brividi lunghi e sottili, portati da un sole mai abbastanza tiepido, come se Bent avesse trasportato in Norvegia le calde ballate della West Coast.
“It’s a love cult” continua la strada fascinosa scoperta con “Phanerothyme”, con paesaggi e condizioni atmosferiche meno calde e solari. Anche quando l’amore per i Beach Boys e per gli Who torna a smuovere l’orizzonte, c’è sempre qualche esile banco di nebbia che costringe a rallentare.
Un pezzo come “The mirror and the lie” rivela tutta la grandezza dell’album: il glockenspiel e il flauto accarezzano lievi un’aria sostenuta da qualche coretto e da un banjo. Ciò che stupisce è come qualunque accostamento riesca a struggere e a rientrare nel contesto sonoro del disco.
I Motorpsycho hanno oggi una cifra stilistica ed estetica tutta loro, che li colloca sui gradini più alti del pop, ma che li lascia liberi di spaziare ovunque, anche di tornare magari dal vivo a suoni più pesanti: le ripercussioni di chitarre e tastiere dell’iniziale “Űberwagner or a billion bubbles in my mind” potrebbero ricreare da un momento all’altro ipnosi metalliche mai scordate.
Risulta incomprensibile il finale sfumato in fretta e furia di “Composite head”, ma ”It’s a love cult” rimane un disco che conferma la continua crescita di un gruppo incapace caratterialmente di adagiarsi e di ripetersi. Forse renderà ancora più intricato l’amore che lega i Motorpsycho al loro pubblico, ma, una volta superate le ormai abituali difficoltà inziali, anche questi nuovi brani si meriteranno attenzioni esclusive, al limite dell’ossessione.
Discografia:
Maiden Voyage - MC 1990
Lobotomizer - Album 1991
3 Songs For Ruth - 7" 1991
Soothe - Album 1992
8 Soothing Songs for Ruth - Album 1992
Demon Box - Album 1993
Mountain - EP 1993
Another Ugly - EP 1994
Timothy´s Monster - Album 1994
The Tussler - Album 1996
Wearing Yr Smell - EP 1994
The Nerve Tattoo - EP 1996
Blissard - Album 1996
Manmower - EP 1996
Sinful, Wind-Borne - 7" 1996
Babyscooter - EP 1997
Have spacesuit will travel - EP 1997
Lovelight - EP 1997
Angels and Daemons at Play - Album 1997
Starmelt - EP 1997
Ozone - EP 1998
Trust us - Album 1998
Hey Jane - EP 1998
Roadworks vol 1 - Album 1999
The Other Fool - EP 2000
Let them eat cake - Album 2000
Walking´ with J - EP 2000
Roadworks vol 2 - Album 2001
Barracuda - EP 2001
Phanerothyme – Album 2001
Serpentine – EP 2002
It’s a love cult – Album 2002
Track List: