Quanti si fossero fatti ingolosire dai due precedenti dischi di Marty Stuart, “Soul’s chapel” e “Badlands”, si saranno procurati probabilmente anche questo “Live at the Ryman”, come successo al sottoscritto.
Non si tratta però della registrazione di un concerto dell’”Electric Banyard Tour” con il quale Stuart stava portando in giro dal vivo la sua musica, ma di un’improvvisata registrazione che testimonia il suo amore per le radici più tradizionali dell’american music: per quanto negli ultimi due dischi, realizzati nel giro di pochi mesi, avessero dato prova dell’ampio spettro delle sue capacità, Stuart rimane un musicista dall’approccio squisitamente conservatore e lo dimostra in questo live che è un vero e proprio ritorno al roots nelle sue forme bluegrass, rockabilly e honky-tonk.
La data è quella del 27 luglio 2003 al Ryman Auditorium di Nashville. Stuart è accompagnato dai suoi Fabulous Superlatives (Kenny Vaughan alla chitarra, Harry Stinson alla batteria, Brian Glenn al basso), da Stuart Duncan al violino e da due illustri strumentisti come Charlie Cushman e Uncle Josh Graves, rispettivamente maestri di banjo e dobro.
Il concerto è entusiasmante soprattutto per i patiti del genere: sin dall’iniziale “Orange Blossom Special1” segnata dall’iperbolica fiddle di Stuart Duncan le interpretazioni sono tiratissime. Si sente che il pubblico si diverte e Stuart ne approfitta per passare da un blues di Jimmy Rodgers (“No hard times blues”) ad una ballata coutry old time con tanto di vocals celesti (“Homesick”).
Da veri virtuosi i protagonisti sul palco infarciscono ogni pezzo di soli e di citazioni, godendo anche di un gran suono che sottolinea le loro capacità e la loro pulizia strumentale.
Per quanto l’esibizione sia godibile e di alta qualità, i musicisti danno al pubblico esattamente quello che si aspetta, cavalcando un’onda perfetta. Il sapore è quello di una rimpatriata di vecchie glorie che tornano a correre i sentieri di un tempo con lo stesso entusiasmo. Tra cover e immancabili accelerate di fiddle e banjo, Stuart e compagni fanno anche qualche scintilla di troppo: le interpretazioni mancano di quel sapore selvatico tipico della tradizione e arrivano “solo” come delle esercitazioni esemplari.
Dall’introduzione di Eddie Stubbs alla conclusiva “Hillbilly rock” il tono è quello delle grandi occasioni e non c’è nulla che non strappi applausi, ma a graffiare sono solo l’attacco improvviso di “The Whiskey ain’t workin’ anymore” e l’aspra “Train 45” cantata da Josh Graves. Il resto è uno spettacolo d’alta classe con i musicisti in elegante completo nero a dare lezione di tradizione.
Una lezione che tutti dovrebbero mandare a memoria, dai più giovani ai più esperti. Ma pur sempre una lezione.
Track List: