Marty Stuart - Badlands

Marty Stuart

Badlands

2005 - Universal South Records

10/02/2006  |  di Christian Verzeletti

Il morbo della prolificità continua a colpire indiscriminatamente, facendo incetta soprattutto di cantautori, meglio se americani.
Ne è stato infettato anche Marty Stuart, che verso la fine del 2005 ha pubblicato quasi in contemporanea due dischi nuovi di zecca, “Soul’s chapel” e questo Badlands”, e che ora si appresta a realizzarne addirittura un terzo dal vivo, “Live at The Ryman”.
Le ragioni di tanta abbondanza si possono ricercare nella storia di un cantautore che ha alle spalle una carriera trentennale: riconosciuto come uno dei massimi esponenti della country music, Stuart ha suonato nella band di Johhny Cash, oltre che per Bob Dylan, Willie Nelson e molti altri, e negli ultimi anni si sta concentrando su una serie di lavori a tema rivolti ad un pubblico di appassionati attento. Il suo però non è un bieco tentativo di sfruttare la cosiddetta “nicchia”, ma piuttosto di stimolarla con una proposta colta e ricercata.
Se “Soul’s chapel” era un disco centrato sulla tradizione gospel, aggiornata in chiave moderna grazie ad alcuni lussuosi interventi country, “Badlans” è un concept storico, che torna a puntare lo sguardo sullo sterminio degli indiani Lakota.
Quello di Stuart è un pellegrinaggio sui luoghi del massacro e su ciò che resta di un popolo confinato nelle riserve: come un vero studioso, l’autore si fa accompagnare da alcuni testimoni come il Lakota John L. Smith e da alcuni esperti in materia come il figlio di Johnny Cash a cui è affidata la produzione.
Il disco affronta la materia con profonda competenza e rispetto, offrendo più di un momento toccante, ma non riesce sempre ad evocare quello spirito da cui Stuart sembra essersi fatto pervadere.
Appoggiandosi su un country-rock di classe, suonato in modo impeccabile dai Fabolous Superlatives, “Badlans” passa da momenti sferzanti ad altri più raccolti con introduzioni suggestive che riportano in vita autorevoli voci dei Native Americans: alcuni episodi risultano però stucchevoli e si dilungano eccessivamente rivelando i limiti di quello che è a tutti gli effetti un concept. Qualcosa si muove con la title-track e soprattutto con quella cavalcata che è “Broken promised land”, ma dove Stuart raggiunge davvero il suo obiettivo è in “Walking through the prayers”, una ballata che suona come una lunga invocazione: qua le percussioni indiane e la voce di Marvin Helper introducono la canzone che si alza fino a trascendere in un finale condotto prima dal mandolino e poi dal violoncello. Nel disco ci sono poi brani altrettanto coraggiosi come “Listen to the children” gestiti però con uno spiegamento di archi, di arrangiamenti e di parti parlate troppo prolisso.
Con una voce che si avvicina a quella di Lyle lovett, questo lavoro di Stuart suona come l’ultima opera di riparazione tentata dall’uomo bianco. Dopo quelle ben più efficaci portate da John Trudell e dal Robbie Robertson di “Music for Native Americans”.


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Track List:

  • Everette Helper´s Song|
  • Badlands|
  • Trip to Little Big Horn|
  • Old Man´s Vision|
  • Wounded Knee|
  • Big Foot|
  • Hotchkiss Gunner´s Lament|
  • Broken Promise Land|
  • Casino|
  • So You Want to Be an Indian|
  • Walking Through the Prayers|
  • Three Chiefs|
  • Listen to the Children

Marty Stuart



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