È dal primo demo che seguiamo i Marlowe e, se proviamo a mettere in fila i loro Ep, nell’ordine “Velluto blu” (2001), “Marlowe” (2003) e ora questo “Mai perdonati” (2006), non possiamo che riscontrare una lenta progressiva crescita.
Non fa il botto questa band siciliana e forse neanche questo dischetto riuscirà a tramutarsi in qualcosa di più ufficiale di un cd-r, eppure il progetto di Salvo Ladduca è ormai nettamente al di sopra della media dei troppi gruppi emergenti / locali.
Partiti sulla spinta di qualche rigurgito più o meno grunge, i Marlowe oggi propongono un rock cupo ed intestino che condivide più di un’affinità con Cesare Basile. Più che confermare la vicinanza con l’amico Cesare, presente anche stavolta in studio, “Mai perdonati” fa registrare un ulteriore avanzamento rispetto a quanto fatto nel precedente demo: si prosegue sulla strada di un rock oscuro e rallentato evitando però quella monotonia che a tratti affiorava tra un’ombra e l’altra nel dischetto omonimo di tre anni fa.
Cesare Basile e Marcello Caudullo, quest’ultimo accreditato anche della produzione, hanno (ri)messo a disposizione il loro studio di registrazione Zen Arcade e hanno suonato insieme a Marta Collica. Ma il merito è dei Marlowe, che suonano come una band consolidata grazie all’entrata in formazione di Marco Giambrone alla chitarra e di Paolo Indelicato alla batteria.
Della scrittura e della voce profonde di Salvo Ladduca già sapevamo; quindi da notare è lo sviluppo dei pezzi con qualche dinamica in più che permette al disco di lasciare un segno già dopo il primo ascolto. I pezzi si muovono sempre con un passo cupo, sfiorati da una luce sfuocata, ma hanno una struttura più marcata: così è per i tagli rock spietati di “Senza sangue”, per una ballata con le ferite ancora aperte come “Crowded song” e per il western assolato de “La terza croce”.
Qualcosa suona ancora troppo desolato, parte di uno scenario che Ladduca è ormai abile a suggerire senza inquadrare del tutto: le sue canzoni raccontano fobie interiori (“anni di prigione tra le tempie”, “un martello nello stomaco”, “il vomito di un angelo”) e, anche quando sembrano trovare un appiglio in un filo di ritornello, non portano sollievo ma scendono senza compromessi in una tormentata solitudine.
Sia chiaro, “Mai perdonati” non ha la forza simbolica e musicale degli ultimi cd di Cesare Basile, ma si nutre di una visione altrettanto spietata della realtà, priva di riferimenti popolari e dotata di uno sguardo intestino che meriterebbe ormai di uscire allo scoperto.