Marlene Kuntz - Bianco sporco

Marlene Kuntz

Bianco sporco

2005 - VIRGIN

13/05/2005  |  di Christian Verzeletti

Non sono un nostalgico dei Marlene Kuntz che furono, ma riconosco, come tanti, che i loro primi dischi avevano qualcosa in più, qualcosa da dire, tanto nei modi quanto nei suoni.
I Marlene sono un gruppo in evoluzione, nonostante le critiche che sono loro piovute addosso ultimamente: lo erano anni fa in modo molto più libero e diretto e lo sono oggi in modo più cosciente e costruito.
Non credo però si possa distinguere un prima e un dopo, anche se volendo si può individuare in “Cosa vedi” una linea di confine sommaria: è un’evoluzione lenta, che procede per strascichi e sguardi enigmatici. Non c’è un bianco e un nero, ma piuttosto, giocando col titolo di questo album, un “Bianco sporco” diffuso ovunque: questa mancanza di chiarezza, questa precarietà non è apprezzata da quanti li vorrebbero schierati su un unico versante ideale e sonoro. E non aiuta nemmeno chi si trova a seguire l’evoluzione della band più o meno sporadicamente.
Personalmente fatico a seguire il cammino dei Marlene come quello di un gruppo “sonico” e credo che il loro processo si stia facendo più complesso: ogni loro disco sta diventando un album di transizione. Proprio perché si muove in una zona indefinita, perché tende a qualcosa che non è ancora arrivato.
Ammetto per esempio che mi ci è voluto parecchio tempo per riuscire ad apprezzare il precedente lavoro e che questo ha acquistato un peso maggiore proprio alla luce di “Bianco sporco”.
I Marlene sono così: una band ostica, come il loro suono. Invece che risolverli in un semplice prendere o lasciare, bisognerebbe rimuginarli a lungo, e questa è una provocazione a cui loro stessi tendono. È anche una difficoltà aggiunta, quasi che amassero complicarsi la vita e complicarla ai loro fans.
Anche “Biancosporco” non sfugge a questo modo di essere e di suonare: è un disco che cerca un suo equilibrio, a volte spasimando, a volte tendendosi piano sul baratro. E qui sta il suo fascino, il suo valore: undici brani grigi, che non afferrano né lasciano la presa, che non smettono mai di aggrapparsi e di attorcigliarsi.
Se da una parte non c’è traccia di spore, dall’altra le canzoni continuano a trascinarsi cupe. Se da una parte i Marlene non fanno più male, dall’altra sembrano volersi compattare in una forma d’interpretazione più autorale (vedi anche il mini album “Fingendo la poesia”). Se da una parte suonano spigolosi e sofferti, dall’altra liberano barlumi opachi di melodia con un uso sempre maggiore di archi.
Per una “A chi succhia” tesa, che incute timore, c’è una “Bellezza” aperta agli archi e ad un canto più disteso (anche se la voce di Godano in questo ha ancora molto da svilupparsi). Per “La cognizione del dolore” ispirata, aperta ad un finale tanto narrativo quanto sonoro, c’è “L’inganno” volutamente buia, dura e spettrale. Per un Gianni Maroccolo che suona costantemente al posto di Dan Solo, c’è un Giorgio Canali che fa una comparsa minima ai cori.
L’unico appunto è quando i Marlene rischiano il narcisismo concettuale ben oltre quelle che sono le citazioni del disco (Gadda, Gozzano, Nick Cave) e suonano come dei Don Chisciotte tristemente moderni in lotta contro la pochezza del mondo.
Ce ne vorrebbe qualcuno in più di disco così, almeno nel nostro paese, in grado di far diventare la nostalgia un sentimento tutt’altro che facile, una tensione che guarda avanti, caparbia e indefinita.


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Track List:

  • Mondo cattivo|
  • A chi succhia|
  • Il solitario|
  • Bellezza|
  • Poeti|
  • Amen|
  • Il sorriso|
  • L’inganno|
  • La lira di Narciso|
  • La cognizione del dolore|
  • Nel peggio

Marlene Kuntz



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