Mark Growden - Saint Judas

Mark Growden

Saint Judas

2010 - Porto Franco Records

Americana Roots

09/03/2011  |  di Gianni Zuretti

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Dai giacimenti musicali dello sconfinato continente nord americano ecco materializzarsi un nome nuovo o almeno un artista del quale,  nonostante egli abbia sempre intrattenuto un rapporto stretto con la “nostra musica”, non ci eravamo colpevolmente accorti; per questo motivo lo mettiamo sotto la lente d’ingrandimento con grande interesse, tanto più che il disco di cui trattiamo, che nel frattempo ha riscosso consensi unanimi dalla critica americana, è del 2010 e probabilmente avrà già, nei giorni che leggerete queste righe, un seguito grazie ad un nuovo album.

Mark Growden, musicista basato a San Francisco ma originario dell’alta California, precisamente di Pinetown, piccolo villaggio sulla Sierra Nevada, non è un “puledro”, si è già gettato dietro le spalle una carriera lunga quindici anni durante i quali ha realizzato sei dischi anche se quest’ultimo ha avuto un periodo di gestazione  musicale durato almeno otto anni, tanto è il tempo trascorso da Inside, Beneath, Behind (2001).  

Saint Judas, registrato live in studio con una band di ottimi musicisti, peraltro lui stesso è un polistrumentista con i fiocchi che passa indifferentemente dalla fisa al banjo al sax, è frutto della collaborazione con l’ingegnere del suono Oz Fritz (mano felice con il Tom Waits di Mule Variations, Alice, Blood Money e John Hammond di Wicked Grin), è un disco formidabile, immaginate il suono folk degli anni ’30 e ’40, per capirci quello recuperato da Alan Lomax, che viene messo in “lavatrice” con il sound di una funeral band di New Orleans (ascoltate l’incredibile adattamento del tradizionale spiritual Been in the Storm so Long) e nel contempo si usa come detersivo la musica di Kurt Weill, un po’ di musica gitana, teatro di Broadway e una dose di avanguardia, il tutto coordinato da una voce Waitsiana un po’ più chiara, ebbene, se riuscite a pensare a cosa possa uscirne, ecco, quella è la musica di Growden.

Un clima scuro e un non so che di apocalittico sono gli ingredienti sonici e letterari messi in campo per trattare temi dalle connotazioni dark, storie d’amore e di abbandono che comunque alla fine lasciano sempre un senso di speranza, di luce. Valzer squinternati e lunghe ballate arruffate nel segno di New Orleans come il brano d’apertura Undertaker oppure la stupenda Saint Judas sono pezzi che se fossero proposti da Waits o Cohen grideremmo al miracolo, a proposito di Cohen c’è spazio anche per una cover davvero intrigante di I’m Your Man, dal repertorio di sua altezza Leonardo che nella versione di Mark lascia davvero il segno.

Album molto lungo ma che non segna il passo e alla fine il riascolto è d’obbligo. Il nuovo album annunciato per fine febbraio intitolato Lose Me in The Sand (bel titolo!) pare vedrà Growden impegnato a disegnare figure sulla sabbia della tradizione, imbracciando principalmente il banjo che avrà un ruolo dominante, siamo in trepidante attesa, forse una stella di prima lucentezza sta per guadagnare il cielo di California, se vogliamo che sia visibile anche dalle nostre parti speriamo che i suoi dischi vengano distribuiti anche in Europa, se così non sarà, datevi da fare, presuntuosamente aspetto sentiti ringraziamenti per il consiglio.

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Track List:

  • Undertaker
  • Delilah
  • Saint Judas
  • If the Stars Could Sing
  • Been in the Storm so Long
  • I´m Your Man
  • Faith in my Pocket
  • Everybody Holds a Piece of the Sun
  • Coyote
  • Handlebars
  • Inside Every Bird
  • The Gates/Take me to the Water
  • All the Pretty Little Horses

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