“Hope & other casualties” è il quinto disco di Mark Erelli e sembrerebbe uno dei tanti cd prodotti in quell’ampio territorio su cui oggi è affisso un cartello col nome Americana.
Erelli poi pone a fronte del suo disco un chiaro segnale: una copertina che rimanda a “The times they are a changin’”, anche se il ghigno ritratto non è quello teso e corrucciato di Bob Dylan. Ovviamente tra i due c’è uno scarto d’espressione ben più ampio, ma il particolare è significativo della natura di Erelli che è da sempre un folksinger mansueto ed educato.
“Hope & other casualties” è infatti un altro disco minore, non per questo meno valido: chitarra al collo Mark prende posizione in modo pacato, dosando folk e soul. Il risultato è un gradino sopra il precedente “Hillbilly Pilgrim” e pur non raggiungendo la profonda ispirazione di “The Memorial Hall Recordings” riesce a toccare con cura ed intelligenza.
Si tratta essenzialmente di un lavoro a due: gli interventi degli ospiti sono secondari, perché a suonare e registrare il tutto sono lo stesso Erelli (chitarra acustica, elettrica, baritona, National steel, lapsteel, dulcimer, mandolino, banjo, celestaphone) e Lorne Entress (batteria, percussioni, basso, dulcimer, jaw harp, keyboards).
Non è un folk politico, ma attento alla realtà: Erelli dà voce ad un bisogno umano senza nascondere una coscienza critica. Pezzi come “Seeds of peace” e “The only way”, quest’ultima già pubblicata dopo l’11 settembre, sono emblematici di questa sensibilità, ben assecondata da arrangiamenti ricercati.
Come canta in “Here & now” Erelli si cala nel presente continuando ad attingere alla lezione della storia: canzoni come “Imaginary wars” ricordano la natura da conquistatori degli Stati Uniti, mentre le musiche attingono al patrimonio dell’american music facendo riaffiorare The Band (“Snowed in”) e Bob Dylan (“Hartfordtown 1944”) con venature di buon soul.
Ogni brano è ricamato con tocchi da intenditore che ne sottlineano le sfumature e ne aumentano la freschezza anche con qualche piccolo drum loop. Erelli va alla ricerca di un folk lievemente moderno tessendone le fila con sobrietà melodica come succede in “Undone” e in “Passing through”.
Non a caso nel disco compaiono Lori McKeena, Kris Delmhorst, Jeffrey Foucault e Peter Mulvey, voci affini del rooster della Signature. Logica quindi la conclusione con “God loves everyone”, cover di Ron Sexsmith, che rappresenta forse l’espressione migliore di questa “nuova” generazione di songwriters.
Track List: