Mariposa - Portobello illusioni

Mariposa

Portobello illusioni

2000 - --

Emergenti

22/01/2002  |  di Christian Verzeletti

Ci vuole una coltre di nebbia e un sasso in cui inciampare per parlare di questo disco, e ancora bisogna rimanere parecchio a terra a lenirsi la botta e ad ascoltare il proprio corpo sdraiato nella dolce attesa della fine del dolore. Quando poi ci si rialza, la spessa umidità circostante è diventata talmente irreale che si riesce a provare solo un moto di rifiuto per tutto ciò che può contenere. Ho inciampato nel sasso dei Mariposa a quasi un anno dall’uscita di “Portobello illusioni”, ma uno stato di profonda incoscienza mi ha pervaso comunque. Ora mi ritrovo con un cd sulla scrivania e una manciata di ballate scomposte che continuano a chiamarmi come sensazioni convulse che salgono dal cuore in affanno e chiedono un senso. Ho addosso una serie di immagini, di suoni provenienti da tanti abbozzi diversi che si muovono caracollando dalla mente alle orecchie e poi scattano improvvisi in preda a qualche assurdo troppo comune. E una musica fatta di flauto e di chitarra classica, di sax e di qualche marcetta, di un piano che suona note solitarie e ogni tanto di un violoncello che carezza la psiche. In qualche attimo di razionalità, mi giungono echi di Rino Gaetano, di un Capossela meno istintivo e goliardico, meno popolare, ma poi subito ripiombo nel mio stato e spero che nessuno mi veda avvolto come sono in tutte queste strazianti nostalgie, nei ricordi d’infanzia che rinascono e in desideri irrealizzabili che mi spingono ovunque. La mia mano sfoglia il booklet nel tentativo di aggrapparsi a qualcosa: “mi si slacciano sempre / le stringhe della vita / mi monta su un carrello della spesa / e spinge. Certe volte quest’andare / sia pure per inerzia mi pesa”. Visto che non ho via d’uscita, mi abbandono di nuovo a questa musica inafferrabile come la nebbia e come il dolore. La solitudine notturna di “Trovarobato”, la tenebrosità psicologica di “Disgelo”; non c’è niente di conciliante nemmeno in un pezzo che si intitola “La poesia del lettone”. Le parole e le immagini si muovono per assonanze, mi suonano dentro come un’eco diversa da ogni punto, qualcuno parla di Schönberg e poi di Enrico IV, tutto accelera e rallenta, sospensioni drammatiche che vorrei risolvere, concludere, ma forse anche ripetere. “La sensibilità incapsulata delle sovrastrutture di canzone” schiocca la voce, ma ancora non capisco. Slanci di armonia e scoppi di niente strumentale, voci fuori campo e un canto che non spiega. Una vecchia abitudine mi impone di chiamare questa musica: forse pop, forse classica, forse alternativa, o meglio anomala, o meglio ancora “Niente” e “Tutto in 40 minuti”, come la chiamano loro. E allora perdonatemi, io riesco solo ad applaudire come facevo da bambino davanti al teatrino dei burattini e a dire “Ancora! Ancora!”. E, senza saperlo, urto qualcosa e mi ritrovo a terra con una botta che fa male e tanta nebbia negli occhi.


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