Ohibò! Eccolo qua il nuovo disco dei Mariposa! Me lo rigiro tra le mani, come qualcosa che scotta, quasi non so che farne, come un mozzicone da nascondere quando vieni beccato a fumare. Bussano alla porta, ma il cd è ormai sul lettore: un coro di voci bianche che canta di donne nude, che roba è?, non ci penso nemmeno ad andare a aprire: chi è fuori è fuori, chi è dentro è dentro.
Il primo pensiero, ovvio, è di nostalgia … eh, sì, come sono lontani i tempi di “Portobello Illusioni”, canzoni da ascoltare in camera, da mettere in riga come soldatini: ora ci sono nuove reclute da addestrare, basso, batteria e chitarra si sono arruolati volontari, ma già si guardano bene dallo stare sull’attenti.
Il secondo pensiero è una certezza: anche ora che si sono accampati presso Audioglobe/Santeria, che hanno un piano curato e studiato, che si sono presi un periodo d’esilio sulle colline veronesi, la missione dei Mariposa è sempre trovare qualcosa che suoni nuovo, o almeno diverso: ambiziosi? Complessi? Bizzarri? Sì, anche guasconi e irriverenti, sfacciati e volutamente controversi.
Il terzo e ultimo pensiero è una domanda: ma che cos’è “Domino Dorelli”? Progressive e cantautore, paradiso e inferno, naif e classica, Big Gym e Dracula, Nino Rota e Frank Zappa, Tom Waits e Steve Reich, i Gong e la psichedelia, tutti a spalmarsi per bene con la pomata della lunga vita.
A nulla serve dire che i Mariposa sono cambiati, che sono cresciuti o maturati: questo disco è come un’erezione incontrollata, arriva con un desiderio di vitalità estrema, alla faccia del bromuro a cui siamo quasi assuefatti. C’è una maggior coscienza della portata della musica, con un gioco continuo di pieni e vuoti, ma è difficile dire fino a che punto i Mariposa stessi riescano ad averne il controllo: questa ragazzi possiedono la musica grazie ad una tecnica elaborata e ne sono a loro volta posseduti, al punto da creare suites in cui i suoni crescono per attrazione e repulsione (“Vamps di rumore”).
Ogni pezzo ha più strutture sovrapposte, è fatto di tensione e di bonaccia, di parole che saltellano come bimbi e di lacrime solitarie quando tutto finisce: “ho scritto una canzone che se n’è andata / e mi ha lasciato solo come un cretino / forse sono troppo piccolo per fare il cantautore / troppo grande per fare il cantastorie”.
Se in passato ogni brano era un bozzetto con una storia e un personaggio, ora è come se Fellini avesse messo su un complessino con le sue comparse più sconnesse, tutte insieme, ognuna con libertà di movimento e di linguaggio.
A guardarlo ora, “Portobello Illusioni” sembra una follia intima e acerba, eterogenea, mentre questa appare l’opera prima dei Mariposa. Un “Eccoci qua!”, che suona come nessun altro, con preziosi intarsi e finiture barocche.
“Domino Dorelli” è un Satiricon rinnovato e nobilitato, che porta in tavola minestrine alla mentuccia e maggiorana, pinoli, zuppa di sirene al pompelmo rosa e Cynar, in perfetto equilibrio tra lo scherzo e il colto, tra il metafisico e la filastrocca. Che vi piaccia o no, i Mariposa sono qua a dirci che è ancora possibile fare musica nuova. Giubilate! Aprite le porte! Suonate a festa!