Mariposa - Domino Dorelli

Mariposa

Domino Dorelli

2002 - Santeria/Audioglobe

Emergenti

22/11/2002  |  di Christian Verzeletti

Ohibò! Eccolo qua il nuovo disco dei Mariposa! Me lo rigiro tra le mani, come qualcosa che scotta, quasi non so che farne, come un mozzicone da nascondere quando vieni beccato a fumare. Bussano alla porta, ma il cd è ormai sul lettore: un coro di voci bianche che canta di donne nude, che roba è?, non ci penso nemmeno ad andare a aprire: chi è fuori è fuori, chi è dentro è dentro.
Il primo pensiero, ovvio, è di nostalgia … eh, sì, come sono lontani i tempi di “Portobello Illusioni”, canzoni da ascoltare in camera, da mettere in riga come soldatini: ora ci sono nuove reclute da addestrare, basso, batteria e chitarra si sono arruolati volontari, ma già si guardano bene dallo stare sull’attenti.
Il secondo pensiero è una certezza: anche ora che si sono accampati presso Audioglobe/Santeria, che hanno un piano curato e studiato, che si sono presi un periodo d’esilio sulle colline veronesi, la missione dei Mariposa è sempre trovare qualcosa che suoni nuovo, o almeno diverso: ambiziosi? Complessi? Bizzarri? Sì, anche guasconi e irriverenti, sfacciati e volutamente controversi.
Il terzo e ultimo pensiero è una domanda: ma che cos’è “Domino Dorelli”? Progressive e cantautore, paradiso e inferno, naif e classica, Big Gym e Dracula, Nino Rota e Frank Zappa, Tom Waits e Steve Reich, i Gong e la psichedelia, tutti a spalmarsi per bene con la pomata della lunga vita.
A nulla serve dire che i Mariposa sono cambiati, che sono cresciuti o maturati: questo disco è come un’erezione incontrollata, arriva con un desiderio di vitalità estrema, alla faccia del bromuro a cui siamo quasi assuefatti. C’è una maggior coscienza della portata della musica, con un gioco continuo di pieni e vuoti, ma è difficile dire fino a che punto i Mariposa stessi riescano ad averne il controllo: questa ragazzi possiedono la musica grazie ad una tecnica elaborata e ne sono a loro volta posseduti, al punto da creare suites in cui i suoni crescono per attrazione e repulsione (“Vamps di rumore”).
Ogni pezzo ha più strutture sovrapposte, è fatto di tensione e di bonaccia, di parole che saltellano come bimbi e di lacrime solitarie quando tutto finisce: “ho scritto una canzone che se n’è andata / e mi ha lasciato solo come un cretino / forse sono troppo piccolo per fare il cantautore / troppo grande per fare il cantastorie”.
Se in passato ogni brano era un bozzetto con una storia e un personaggio, ora è come se Fellini avesse messo su un complessino con le sue comparse più sconnesse, tutte insieme, ognuna con libertà di movimento e di linguaggio.
A guardarlo ora, “Portobello Illusioni” sembra una follia intima e acerba, eterogenea, mentre questa appare l’opera prima dei Mariposa. Un “Eccoci qua!”, che suona come nessun altro, con preziosi intarsi e finiture barocche.
“Domino Dorelli” è un Satiricon rinnovato e nobilitato, che porta in tavola minestrine alla mentuccia e maggiorana, pinoli, zuppa di sirene al pompelmo rosa e Cynar, in perfetto equilibrio tra lo scherzo e il colto, tra il metafisico e la filastrocca. Che vi piaccia o no, i Mariposa sono qua a dirci che è ancora possibile fare musica nuova. Giubilate! Aprite le porte! Suonate a festa!


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