Arrivano all’esordio i Mandara, che è giusto definire un progetto (www.mandaraproject.com) piuttosto che una band. Già il precedente demo, “Bisanzio”, ci aveva presentato il lavoro di un giovane musicista, Gennaro De Rosa, che teneva ben spalancate tanto le orecchie quanto le porte dello studio di registrazione.
Se quel cd suonava come un accostare di forze respingenti, “Alatul” porta all’estremo quella che si rivela una precisa scelta artistica, provocatoria e in controtendenza.
Al disco partecipano ancora Arnaldo Vacca, Peppe Voltarelli, Mimmo Mellace e Marco Messina: già queste presenze, unite a quelle di altri musicisti “liberi”, sono un segnale di apertura mentale e di continuità sonora. Infatti “Alatul” rappresenta un notevole passo avanti, anzi uno sbalzo, nella storia e nello spirito Mandara: l’idea di fronteggiare musiche etniche con sonorità elettroniche di provenienza nordico/tedesca trova la sua forma in un modo più definito e ancora più anarchico.
C’è un senso di forte provocazione che percorre ogni particolare del disco: la copertina, ad opera del pittore calabrese Andrea Grosso, rappresenta una donna con indosso solo il chador e un paio di stivali in pelle nera, per metà islamica e per metà occidentale. Anche l’accostamento di strumenti etnico-tradizionali (bouzouki, djembè, darabukka ecc.) con altri più tecnologici (programming, synth, pad ecc.) impregna gli arrangiamenti di un continuo disturbo che interroga senza pausa.
Il messaggio è un reclamo di libertà a tutti i livelli: la musica dei Mandara non è infatti d’avanguardia, ma nasce da una condizione di oppressione. È un’esperienza, che ha trovato la sua traduzione concreta nel viaggio in Iraq compiuto prima dell’inizio della guerra: lì De rosa ha vissuto incontri, oltre che con musicisti, con un’umanità segnata dal pregiudizio e dalla prepotenza. Ne ha ricavato una prospettiva che ha riversato sulla posizione occidentale, altrettanto schiava, anche dal punto di vista musicale.
Già l’intro con la voce orientaleggiante di Arnaldo Vacca e la cover contaminata di “Kurdistan” degli Embryo sono segnali evidenti di un’argine che non tiene: è uno stridere tra manuale ed analogico, tra tradizionale ed elettronico, che fa di ogni brano un’opposizione di più elementi, anche quando si avvicina ad una forma più canzone, come in “Canta sola” con Peppe Voltarelli.
Si raggiungono punte estreme, contraddittorie, sempre più ardite, che non si sfogano però in un grido di ribellione: il disco si svolge come un trip, un viaggio dello spirito tanto radicale da assumere tempi sempre più dilatati e cangianti.
“Alatul” è una scossa vibrante rivolta a chi ha un’anima affamata, ma anche a chi si trova ad avere orecchie tappate dai suoni opprimenti della globalizzazione. Per qualcuno potrà essere troppo, ma è da lì che scaturisce la ricchezza dei Mandara.
Track List: