Lowave - Warpage

Lowave

Warpage

2009 - Self

Emergenti

27/05/2009  |  di Massimo Sannella

Un disco riuscito e alienante dove colano masse e resurrezioni antracitiche questo Warpage dei pratesi Lowave, e già il nome potrebbe dire tutto. Ma attenzione, qui non si va a rovistare nell’onnipresente pignattino wave’80 sotto l’aspersione sacrale della dinastia Smithiana, bensi alla elaborazione di essa, sviscerando in crossover i vari ponteggi che ne hanno anticipata e ripresa l’onda elettrosinthetica, praticamente un’arcobaleno fumè a cavallo della Leeds dei bronci dark. E fin qui non ci piove, ma il vero valore aggiunto della band produttrice di questo suono è quello dell’inoculazione – tra le nebbie – di buone dosi di rock cartavetroso e sapienti cosmique running che mordicchiano pure infinitesimali spasimi del pianeta The Church, Notwist e Radiohead di Amnesiac (Spiky sphere) e le posture convulse romantic degli Tears for Fears, The Smiths (Oscillators). Chitarre distorte tutte versate in accordo in minore, simulatori di moog e Vc7; è un’ossessione lirica post wave che ci ricorda che questo è un disco dove l’amore è quasi sempre in caduta e i sogni non entrano in testa, fanno shoegazer con le pedaliere e si plasmano di effetti senza affetti; la lama trasversale che trapassa e fende l’intero album e che ne raddrizza l’anima beatamente in pena è lo spiritello androgino di Brian Molko che si impossessa della voce e ne guida l’andatura scatenata (The 7th pillar) in una fenomenale battaglia di elettronica-rock che ospita tra le sue animosità una parvenza dei primissimi U2 (Coffe & modulars, Arcade, Theme from the room). Con un collaboratore di culto, quale Paolo Benvegnù, che ne ha aiutato a deformarne ulteriormente lo spessore, il quartetto dei Lowave con questo loro debutto ufficiale possono andare fieri di aver architettato un qualcosa che si allontana a grandi passi dalle pozzanghere melmose del dark nello stesso istante in cui molti ne rimangono impantanati; una grafìa e una interpretazione sonica che non transige in “se o ma”, e oltretutto riuscendo, in prima battuta, a creare un suono sì scuro ma di grande personalità, non costipato e misogino come ci si aspetterebbe. Da Prato una nuova band cresce già adulta per conquistare anche le orecchie di chi normalmente non ama alla follia il genere, ma i Lowave non cantano e suonano per annunciarvi che c’è una risposta a tutto, lo fanno unicamente per portarvi quel barlume di luce per sgomberarvi dalla vostra apatia verso il buio. E non è poco credete.


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